Cate, io

Il primo capitolo di un romanzo di formazione che ha per protagonista una ragazzina obesa: è scritto da Matteo Cellini ed è tra i 12 finalisti del Premio Strega

di Ilaria Gozzi - Caffeina

Cate, io, romanzo d’esordio di Matteo Cellini, pubblicato nel 2013 da Fazi Editore nella collana “Le strade”, è la storia di Caterina, un’adolescente cresciuta a Urbania, una piccola città nelle Marche. Caterina è una ragazza obesa, la sua esistenza è una lotta continua, con una corazza di diffidenza e ostilità verso gli altri. È costretta ad affrontare gli sguardi e le cattiverie della gente, di quelle “persone” normali in guerra con le “non-persone” come lei, condannate dalla massa per un difetto fisico. L’unico luogo in cui Cate è a suo agio è quello delle mura domestiche, con la sua grassa famiglia che la circonda: la madre e il padre; Gionata, il fratello genietto del web; il piccolo di casa Oscar e la nonna, che condivide con la nipote la passione per i libri. Per Cate gli unici contatti con la realtà esterna sono la sua professoressa d’italiano, che incoraggia l’amore per la letteratura della giovane e Anna “l’annoievole”, amica sempre pronta ad ascoltarla e sostenerla.

Cellini racconta una storia di ordinaria anormalità in una società dell’immagine ossessionata dalla perfezione, coniugandola con il romanzo di formazione. “Cate, io” è tra i dodici finalisti del Premio Strega e, in occasione della rinnovata collaborazione con il Festival Caffeina Cultura, pubblichiamo le prime pagine del libro.

***

Uno

Mi chiamo Caterina mentre mio fratello attorciglia elastici alle cose nell’altra camera e mia madre chiama. È freddo come di regola ogni mattino, sarebbe da cucirsi il piumone addosso ma me ne sto così, col pigiama solamente. Scendo dal letto, e sono ancora Caterina. Sento le cose di là strette tra gli elastici staccarsi, immagino l’infinità di nodi sciogliersi e la gioia del lieto fine. In cucina è appena più caldo, papà già da un pezzo è ai fornelli e il caffè macchia di un odore forte l’aria come un cane dalmata. Sulla tavola è pieno di cose che non mi appartengono, molte sono di mio padre. Ha gli abiti da lavoro coi segni dei pennelli e tutto il resto; Oscar siede già tutto sporco di latte e biscotti intorno alle labbra, ha un naso rotondo come un bottone da cappotto, rosso come un pulsante per la distruzione del mondo, e mi viene da spingerlo, e mi viene da dire pulisciti, non è un trogolo quello, ma ci rinuncio. Mia mamma scende le scale in vestaglia, impreca contro gli elastici, dice mangiamo senza di lui che non può proprio lasciare. Mangiamo e siamo noi misura di tutte le cose, mangiamo e sembriamo noi una famiglia normale; le sedie sembrano solo più strette, le posate un po’ piccole e nient’altro. E io sono ancora Caterina, e le cose sono le cose, o lo rimangono appena più che fuori di qui, oppure non ci si pensa, ecco tutto.
Cogli occhi nella tazza sento il rumore del latte che scivola nelle gole, il respiro non è affannato perché è di tutti affannato, e finisse il mondo tra le pareti di questa casa nessuno lo definirebbe affannato, ma normale. Oscar canticchia sigle di cartoni animati e mio padre tace, mamma riepiloga le cose del giorno fissando il vuoto come non fosse veramente vuoto ma pieno di fogli di block notes, io dalla mia posso starmene tranquilla, godermi la discesa bollente del latte come fossi un termosifone, contentarmi di essere semplicemente Caterina.
Mi alzo e bacio babbo immobile sulla sedia, come un punto e virgola; ha come sempre una reazione da punto a capo: preme un bacio maiuscolo su di me, poi raggiunge Oscar e mamma e si china su di loro; dice «Buona giornata a tutti!» e scompare nel suo quotidiano paragrafo di lavoro. Io intanto afferro Oscar per una mano e lo trascino su fino in camera.
Mentre mi vesto si raggomitola nel mio letto e mia madre disotto sparecchia. Oscar si addormenta di nuovo come ogni mattino, oltre la porta Gionata armeggia con dei riflettori molto forti e io incomincio a soffrire piano come se questi pantaloni e questa felpa mi soffocassero, come fossero una camicia di forza. In bagno copro le occhiaie e spazzolo i capelli fissandomi allo specchio fino a non vedere più niente, ritorno in camera, scuoto mio fratello che si sveglia, «i vestiti da mettere sono quelli sulla sedia, non quelli nel tuo cassetto, ricordati», poi lo bacio e sparisco con lo zaino sulle spalle, e sparisco davvero, ogni gradino una lettera del mio nome, ogni passo un colpo di gomma. Sono irriconoscibile quando saluto mamma sulla porta, e non perché ho mezza faccia sotto la sciarpa, semplicemente, come il più triste dei supereroi, la mia identità scompare appena esco di casa, appena supero la cancellata – e non sono più Caterina.
Mi chiamo Caterpillar ora, mi chiamo Cate-ciccia. Anche se non c’è nessuno.
Cammino e ho il mio costume indosso: un panneggiato, indolente, fluttuante manto di grasso. Sono una supereroina e risolvo problemi. Salvo il mondo.
Sono la possibilità ambulante di un paragone che salva; che toglie dalle mani la palma della più brutta, della più grassa, della più sola. Sono Cate-bomba, un residuo bellico inesploso dai tempi delle medie.
Cammino per Urbania, ottomila anime appena, attraverso il piazzale del cinema, la scalinata delle Poste e penso a New York, o Gotham City: una fuga di grattacieli, il buio di un vicolo lunghissimo e sei lontano, di nuovo alla tua identità; una ragnatela, un colpo di mantello e sei sopra gli occhi di tutti, tra le nuvole.

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