“Lavoravano come topi”

La storia dell'incidente del 1987 al porto di Ravenna in cui morirono tredici persone, nel nuovo libro Il costo della vita di Angelo Ferracuti

di Angelo Ferracuti

Quando arrivo per la prima volta in una città, soprattutto in quelle piccole, non sono mai distratto, cerco di capire la toponomastica, studio le carte, leggo i libri degli scrittori e gli storici che l’hanno abitata o ci sono nati, e poi do una scorsa a tutti i giornali locali. Mi diverte capire cosa accade in quel preciso momento, così come mi attrae molto la cronaca nera. Ricordo che una delle prime volte che arrivai a Ravenna lessi di una badante impazzita che aveva ucciso un vecchio perché credeva fosse posseduto dal demonio, e la cosa mi inquietò parecchio. Un luogo è come una persona, cogli le cose più vere dai primi sguardi, nel momento in cui i nervi sono scoperti e l’istinto è in agguato. Quando ritorni quel primo sguardo l’hai già perso, ma ti condizionerà per sempre, come accade con le persone. Di Ravenna mi colpì subito il centro storico separato completamente dal resto, come se il teatrino ufficiale della vita cittadina fosse il dedalo di piccole vie e monumenti dove potevi incontrare a passeggio molti turisti stranieri con le guide in mano, come se si volesse rappresentare solo il bello, la prosperità e la civiltà di quella zona dell’Italia dove il Pci ha un tempo creato la ricchezza, il benessere e la democrazia. Di questo passato glorioso credo resti solo la mossa, la coazione a ripetere, la recita, una finzione ipocrita e buffa. Quello che scriveva Pier Paolo Pasolini del Pci, se pensiamo ai suoi eredi più prossimi, fa sorridere: «Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico». Mi sono chiesto anche perché Michelangelo Antonioni avesse girato proprio qui Deserto rosso, un film sulla disumanità della civiltà industriale, il rapporto schizofrenico tra gli uomini e le macchine, con quei rumori cervellotici perfettamente centrati: una sinfonia di ingranaggi, e i fumi, gli sbuffi dei silos negli stabilimenti, i robot nelle case. In quel film Ravenna resta un po’ irreale, anche se certe suggestioni di luoghi ci sono ancora oggi, nella parte più selvaggia della città che è fuori dalle mura antiche. Ho pensato che forse in quel film si nasconde il segreto di questo posto, qualcosa di molto profondo, inafferrabile, che non potrò mai capire neanche venendo qui mille volte.

Il mio hotel preferito comunque è il Byron. Arredamento semplice e sobrio, umanamente funzionale. Un albergo può diventare una specie di seconda casa, ti affezioni, conosci le sue stanze a menadito, le reclami al telefono, sai a memoria i corridoi, l’ascensore, così come le donne ucraine o russe che puliscono al primo o al secondo piano, le cameriere bosniache o macedoni, il ragazzo tuttofare polacco e impacciato, hai parlato più volte con le signore della hall che sanno già chi sei, hai raccontato loro che stai scrivendo un libro, e una di queste, una donna minuta con i capelli raccolti e gli occhiali dalla montatura classica, probabilmente di origini meridionali, ti ha pure detto che nel 1987 dentro quella nave ai cantieri Mecnavi, in quella gasiera, ci è morto un ragazzo col quale si vedeva e andava a ballare, un tipo molto simpatico, e lei non potrà più dimenticarla quella storia, per quanto, tanto o poco, le resta da vivere. E ti ha detto pure che la sua è una questione privata, se la tiene per sé, non ti rilascerà nessuna intervista. Non saprai mai chi era quel ragazzo, anche se ti è venuta la fantasia di immaginarlo, ti resterà questa curiosità fortissima e vorresti violare ogni possibile privacy. La mattina nella sala dove servono la colazione, una stanza piccola ma molto accogliente e quasi mai troppo affollata, c’è sempre qualche assonnato signore inglese, tedesco o americano arrivato in città attratto dalla meraviglia dei mosaici; di quelli con la camicia a scacchi di flanella e le bretelle, un’aria scettica e vaga da Monsieur Hulot, un po’ bradipi insomma. E ti diverti a osservarli mentre mangiano con gesti lenti, meticolosi le loro uova strapazzate e bevono impassibili tazze di caffè bollenti.

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