La Corea del Nord, a fumetti

Rizzoli Lizard ha ripubblicato Pyongyang, l'acclamato graphic novel di Guy Delisle: le prime 80 pagine, a puntate, sul Post

Rizzoli Lizard ha ripubblicato Pyongyang, il reportage a fumetti di Guy Delisle sulla Corea del Nord. Il libro, uscito per la prima volta nel 2004, racconta i due mesi passati da Delisle a Pyongyang nel 2001.

A capo di una squadra di lavoro nordcoreana che si occupava della produzione di un cartone animato francese, Delisle era entrato in Corea del Nord con un permesso di lavoro e ha visto da vicino come funziona la burocrazia, la propaganda e il culto della personalità in uno stato totalitario. Il Post pubblicherà a puntate le prime 80 pagine del libro. A seguire le prime 22, e la prefazione di Antonio Ferrari.

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La Corea del Nord è lontana, a me è assolutamente sconosciuta, eppure il tuffo a Pyongyang di questa dettagliata cronaca a fumetti risveglia ricordi e pensieri di un passato neppur troppo lontano, quando – per il mio lavoro di inviato speciale del “Corriere della Sera” – frequentavo numerosi Paesi retti da dittature comuniste. Paesi diversi e situazioni non perfettamente coincidenti, d’accordo, però l’atmosfera, l’intossicazione ideologica, il buio negli aeroporti e la luce razionata degli alberghi, gli odori aspri delle cucine dei ristoranti, i sensali del mercato nero, le sofferenze mascherate da conquiste del socialismo realizzato, i divieti erano gli stessi.

Quelli che ho vissuto a Praga, a Bratislava, a Bucarest, a Sofia, a Budapest, a Berlino Est e, dopo la caduta del muro, in Albania, considerata l’avamposto mediterraneo del comunismo cinese, in parziale opposizione a quello sovietico. Un sistema comunista, quello di Tirana, che non aveva alcun rispetto della storia e del passato. E che forse riproduceva un clima accostabile a quello che oggi si respira a Pyongyang. L’arrivo di Delisle all’aeroporto della capitale della Corea del Nord sembra riproporre fedelmente lo sbarco a Bucarest o a Budapest negli anni del regime. Controlli asfissianti, domande, analisi meticolosa del bagaglio con particolare severità per libri e riviste, velenosi strumenti della “propaganda capitalista”.

Alla frontiera terrestre tra l’Austria e la Slovacchia, pochi chilometri prima di Bratislava, chi arrivava al confine con la foto sul passaporto che lo ritraeva senza barba e aveva deciso di farsela crescere, doveva radersi subito per poter entrare. Ai tempi del Muro, al Check Point Charlie di Berlino, tenni compagnia per ore al collega Giuseppe Canessa, ex corrispondente da Mosca e inviato per “Il Giorno”, che era stato bloccato dai Vopos (così erano soprannominati i membri della Volkspolizei, la polizia nazionale della Repubblica Democratica Tedesca) perché la sua fototessera appariva lievemente scollata.

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