• Cultura
  • mercoledì 27 Febbraio 2013

La fotografia è informazione?

Sembra una domanda facile ma non lo è, e una contestata fotografia premiata al World Press Photo ha riaperto la discussione

di Giulia Ticozzi – @giutico

Paolo Pellegrin è un fotogiornalista nato a Roma che lavora per la prestigiosa agenzia Magnum. Qualche giorno fa Pellegrin, vincitore di diversi concorsi e premi tra cui il Freelance Photographer of the Year dal POYi e il secondo posto nella categoria storie del World Press Photo di quest’anno, è stato al centro di un grande dibattito nel settore ed è stato accusato da BagNewsNotes, un sito che si occupa di critica e analisi dell’immagine giornalistica, di aver deformato la realtà e di averci raccontato una storia non vera scattando una fotografia per buona parte costruita e che non rappresenta un documento reale.

Il reportage di Pellegrin si intitola The Crescent e racconta della vita in un quartiere considerato pericoloso e violento della periferia di Rochester, negli Stati Uniti.
La fotografia in questione mostra un uomo che indossa una cintura di proiettili e imbraccia un fucile. Il luogo in cui è fotografato sembra essere un garage, un sotterraneo. La luce è piuttosto drammatica, inquietante ed è diretta sul soggetto. La fotografia è accompagnata dalla didascalia The Crescent, Rochester, NY, USA — A former US Marine corps sniper with his weapon. Un veterano, ex cecchino dei Marines, con la sua arma.

L’accusa
Shane Keller, l’ex marine ritratto nella fotografia, ha detto che la sua persona è stata descritta con superficialità e mostrata come veicolo di un messaggio, la violenza. Ha raccontato al sito BagNewsNotes di non essere mai stato un cecchino, lamentandosi del fatto che Pellegrin abbia inserito quest’immagine in una serie che parla di violenze del quartiere – cosa che a suo parere non lo riguarda – e che il fatto di possedere un’arma non lo inserisce automaticamente nel tema. Inoltre ha detto di non vivere a Crescent ma a qualche chilometro di distanza, e ha accusato il fotografo di avergli chiesto di “posare” nel suo garage. Keller era sicuramente consapevole – racconta di essere sceso nel box con il fotografo e il suo assistente e di essersi fatto fotografare con l’arma – ma dice di non riconoscersi nell’immagine e sostiene che la realtà di Pellegrin rischia di essere falsata, distorta, drammatizzata.

La difesa
Pellegrin ha risposto alle accuse su diversi siti, da National Press Photographers all’importante Lens Blog, il blog di fotografia del New York Times. Pellegrin porta diverse spiegazioni all’accaduto – alcune poco sostenibili, come la difficoltà nel capirsi con il soggetto – ma si difende spiegando che la didascalia non può esaurire completamente l’informazione.

La sua tesi è che la storia raccontata non fosse relativa strettamente alla persona di Shane Keller (Pellegrin non si ricordava nemmeno il nome del soggetto, e forse al fine del suo lavoro non ne era nemmeno interessato) ma funzionale a un racconto più generale sulla cultura delle armi negli Stati Uniti: il soggetto era consapevole di essere fotografato, le armi erano sue, e ha considerato questi elementi sufficienti per far rientrare il veterano in un discorso generale sulla violenza. «Trovo tutto questo un po’ ridicolo», ha detto Pellegrin a Lens. «Non capisco su cosa sia la polemica. Keller dice che non ho menzionato il suo nome. Sì, è vero, ho dimenticato il suo nome, ma non so quante persone – quante situazioni, quel giorno, quella settimana, quelle due settimane che ero lì – ho incontrato. Quando sono tornato a casa quello che mi ricordavo è che era un ex soldato».

Nella prossima pagina: il resto del dibattito, la decisione del World Press Photo sul premio, e una storia che comincia da molto lontano.

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