Il caso dei tweet antisemiti in Francia

Un tribunale francese ha deciso che Twitter deve comunicare l'identità degli utenti che avevano scritto insulti razzisti, ma per ora l'azienda ha deciso solo di cancellare le offese

Questa settimana si è concluso in Francia un caso legale molto significativo che riguarda il difficile tema della libertà d’espressione e della tutela dei dati e dell’identità personale da parte di Twitter. Il 19 ottobre 2012 i dirigenti di Twitter hanno deciso di rimuovere una serie di tweet con contenuti antisemiti che circolavano tra gli utenti francesi del social network con l’hashtag #unbonjuif, che tradotto in italiano sarebbe “un buon ebreo”.

Questa decisione è stata presa dopo la minaccia di azioni legali contro il sito di microblogging da parte dell’Unione degli studenti ebrei di Francia (UEJF), che hanno fatto pressioni perché i tweet in questione venissero rimossi. Ci fu anche un incontro tra alcuni dirigenti di Twitter e il presidente dell’associazione, Jonathan Hayoun, in cui vennero segnati e decisi, insieme, i tweet che sarebbero poi stati rimossi.

In quei giorni, nella versione francese di Twitter, l’hashtag #unbonjuif era tra i più popolari e commentati, utilizzato in molti casi in maniera offensiva. Oltre alla rimozione però, l’associazione studentesca ebraica chiese ai responsabili di Twitter di rivelare l’identità delle persone che sui propri account avevano usato l’hashtag e quella di quanti avevano commentato in maniera offensiva.

Sulla questione si è aperto un lungo dibattito incentrato da una parte sul principio della libertà di espressione e dall’altra sulla legislazione francese in materia. L’associazione studentesca non si è accontentata della rimozione dei tweet e si è rivolta al Tribunal de Grande Instance di Parigi (TGI), citando in giudizio Twitter. Tra l’altro, oltre all’hashtag iniziale, #unbonjuif, ne sono iniziati a circolare una serie di altri apertamente razzisti, come #unjuifmort, #unbonnoir, #siJetaisNazi (“un ebreo morto”, “un buon nero”, “se io fossi un nazista”).

Gli avvocati dell’associazione volevano anche trovare il meccanismo legale per accusare gli utenti dei reati di apologia di crimini contro l’umanità e di incitamento all’odio razziale, previsti dalla legislazione francese. Twitter ha rifiutato di comunicare i dati identificativi degli utenti, appellandosi al Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che oltre alla libertà di parola e stampa garantisce la terzietà della legge rispetto al culto religioso.

Alexandra Neri, avvocato di Twitter nel processo, ha detto che la società ha sostenuto di non poter comunicare i dati sull’identità delle persone senza una sentenza di un tribunale americano: questi dati, ha spiegato, sono «raccolti e conservati da Twitter negli Stati Uniti, a San Francisco», sede legale dell’azienda, e quindi sono soggetti soltanto a una decisone della giustizia americana.

Si è aperta così un’altra questione: esercitando la propria attività in molti paesi, tanti quanti sono quelli in cui c’è Twitter, non è chiaro a quale legislazione l’azienda debba sottostare, se a quella americana o a quella di ciascun paese, in base a dove vengono avviati dei provvedimenti. Gli avvocati dell’associazione hanno invece definito questa posizione “ipocrita”, in quanto la legge francese può applicarsi benissimo alla società, che ha aperto in Francia una propria sede, Twitter France. Su questo punto Twitter ha specificato però che si tratta soltanto di un ufficio vendite.

Giovedì 24 gennaio il Tribunal de Grande Instance di Parigi ha stabilito che Twitter deve comunicare i nomi degli utenti che sui propri account hanno twittato contenuti antisemiti, in modo che possano essere perseguiti dalla giustizia francese. Inoltre, ha stabilito che Twitter dovrebbe creare un meccanismo visibile ed efficace con il quale gli utenti possano avvertire la società di “contenuti illeciti”, come l’incitamento all’odio razziale o altri che possano fomentare crimini contro l’umanità. Su questo punto, Twitter ha detto che non può intervenire direttamente in ogni caso e “moderare” i tweet che circolano sul social network, aggiungendo che già interviene, per esempio, nei casi in cui vengano pubblicate immagini di abusi di minori.

Se Twitter non consegnerà, entro due settimane, le informazioni sugli utenti accusati di antisemitismo, dovrà pagare una multa di circa 1.300 dollari al giorno. I dirigenti di Twitter, a quanto sembra, non vogliono pagare nessuna multa, né rispettare la decisione del tribunale, dato che i dati degli utenti sono conservati negli Stati Uniti e che l’azienda non opera direttamente in Francia, dove non ha né una sede legale né uffici con personale e quindi l’obbligo di rispettare la legge francese.

A gennaio dell’anno scorso, Twitter aveva comunque deciso di prendere accordi con i singoli governi dei vari paesi per bloccare alcuni account, valutando caso per caso, anche se i tweet avrebbero continuato a essere visibili negli altri paesi. Lo scopo di questo accordo è proprio la ricerca di un compromesso tra il principio della libertà d’espressione e il rispetto delle leggi locali. Il primo caso c’è stato nell’ottobre scorso, quando il governo della Bassa Sassonia ha richiesto la chiusura di un account riconducibile a un gruppo neonazista tedesco.

Twitter, che ha ormai una media mensile di circa 200 milioni di utenti, avrebbe sicuramente una serie di problemi se dovesse sottostare alla legge di ogni paese: in particolare per questioni che riguardano la libertà di parola e di espressione, tutelata in modo notoriamente molto largo negli Stati Uniti dal Primo emendamento. Scrive il New Yorker che se Twitter deciderà di non rispettare la decisione della corte francese, la questione potrebbe diventare ancora più complessa.

Si potrebbe creare cioè un precedente, probabilmente difficile da gestire in futuro: se non saranno i governi a intervenire (e si immagina che questo possa accadere soltanto per questioni di un certo rilievo), tutti quelli che non sono cittadini americani potranno rivendicare comunque il Primo emendamento per i contenuti dei propri tweet, e ripararsi sotto il principio della libertà di parola anche per contenuti offensivi e considerati illegittimi dalle legislazioni degli altri paesi.

Foto: KIMIHIRO HOSHINO/AFP/Getty Images