Rudolf Nureyev, vent’anni dopo

Foto e video di uno tra i più grandi ballerini del Novecento: amato nel mondo della danza, esule volontario dall'URSS, morì a Parigi il 6 gennaio 1993

di Francesco Marinelli – @frankmarinelli

«La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: quando smetterò di vivere». Vent’anni fa, il 6 gennaio 1993, morì Rudolf Nureyev, uno dei più grandi ballerini del Novecento. È sepolto nel cimitero ortodosso di Sainte-Geneviève des Bois, a ventiquattro chilometri dalla periferia sud-ovest di Parigi, in una tomba completamente decorata da un mosaico e coperta da un tappeto kilim.

Rudolf Nureyev era nato a Irkutsk, in Russia, il 17 marzo 1938. Passò l’infanzia in uno degli angoli più sperduti dell’Unione Sovietica, la Baschiria, e in uno dei periodi più difficili della sua storia, mentre infuriavano le purghe volute da Stalin. Nacque su un treno, mentre sua madre stava andando a Vladivostok a trovare il padre, un commissario politico dell’Armata Rossa. Entrò per la prima volta in una scuola di danza solo nel 1955, a 17 anni, e venne immediatamente riconosciuto come un ballerino di grande talento.

L’unica pecca, secondo alcuni suoi colleghi e coreografi che hanno collaborato con lui nel corso della sua carriera, era il suo carattere, molto difficile: se non gli piaceva il modo in cui una ballerina stava danzando insieme a lui, poteva capitare che la lasciasse cadere per terra.

Lasciò la Russia a 23 anni, dopo essere diventato molto famoso con il Balletto del Kirov a Leningrado, oggi San Pietroburgo. Si trasferì a Parigi, grazie a un episodio che cambiò la sua vita: nel 1961 il primo ballerino del Balletto del Kirov si infortunò e Nureyev fu chiamato a sostituirlo in una tournée in Europa. La sua prestazione esaltò pubblico e critica e da lì inizio la sua ascesa. Per le sue frequentazioni con gente straniera, considerate in modo sospetto dalla sua accademia, gli fu ordinato di rimpatriare. Nureyev, che era sempre stato un carattere molto ribelle, decise di non tornare, contraddicendo gli ordini e diventando un esule volontario. Rimase lontano dalla Russia per 27 anni, fino al 1987, quando tornò per trovare sua madre, gravemente malata, grazie a un permesso speciale.

Questo è un video di una delle sue esibizioni più celebri insieme a Margot Fonteyn: Il lago dei cigni, girato nel 1966.

Nel 1982 ottenne la cittadinanza austriaca e qualche anno dopo, grazie alla sua amica e compagna di molte esibizioni, la ballerina inglese Margot Fonteyn, venne introdotto al Royal Ballet di Londra: insieme reinterpretarono alcuni balletti fondamentali, come il Lago dei cigni e Giselle. Furono gli anni più movimentati per Nureyev, sia nelle relazioni, sia con se stesso. Viveva una vita piena di eccessi e spese folli, si strappava i costumi di scena, sputava ai fotografi, prendeva a calci le auto della polizia. Anche i suoi abiti lo rendevano spettacolare e quest’anno, a vent’anni dalla morte, verranno esposti in una serie di mostre in tutto il mondo, per ricordarlo. Ninette de Valois, coreografa del Balletto di Covent Garden di Londra lo definì «l’effetto isterico della libertà».

Nonostante il suo carattere e il suo temperamento, Nureyev era dotato di talento, bellezza e fascino riconosciuti da tutti. Continuò a ballare anche dopo aver compiuto quarant’anni, interpretando sempre ruoli da protagonista nei grandi balletti classici. Ebbe un ruolo molto influente nel mondo della danza classica, soprattutto per quanto riguardava il ruolo maschile nel balletto, che fino ad allora era considerato un semplice supporto alle interpreti femminili. Quando divenne coreografo (fu anche direttore del balletto dell’Opera di Parigi, negli anni Ottanta) dette lui stesso maggior spazio ai ballerini maschi. Fu anche uno dei primi a rompere quella divisione netta che c’era tra il balletto classico e la danza moderna, esibendosi in entrambi.

Nonostante la sua dichiarata omosessualità, le donne lo amavano e lo aspettavano per ore, in coda, fuori dall’Opéra National di Parigi, il teatro dove lavorò negli ultimi anni della sua carriera e della sua vita. Contrasse il virus dell’HIV nei primi anni anni Ottanta: per un po’ di tempo negò che ci fosse qualcosa di strano riguardo alla sua salute, fino al 1990, quando la malattia si manifestò più intensamente. Continuò però a rifiutare qualsiasi tipo di cura.

Molti tra quelli che lo avevano criticato gli riconobbero negli ultimi anni di vita un grande coraggio, per come affrontò la malattia, senza mai abbandonare la danza: nella sua ultima uscita pubblica, nel 1992 all’Opéra National di Parigi, per la messa in scena della sua ultima opera Bayadère, salì sul palco reggendosi letteralmente ai ballerini, ormai senza più forze, venendo accolto da lunghi applausi. Morì a Parigi il 6 gennaio 1993.

Foto: Rudolf Nureyev (Central Press/Getty Images)