Un anno di bufale sul cibo

Dal pane rumeno surgelato al grano ammuffito di Barilla fino alle caraffe per l'acqua potabile, messe insieme e smontate una per una

Sul sito Il Fatto Alimentare Roberto La Pira elenca e smonta alcune delle più popolari bufale sul cibo e l’alimentazione circolate quest’anno.

Lo spazio e l’attenzione dedicata dai media ai cittadini-consumatori è aumentato e in decine di programmi ormai si parla di cibo, di ricette e sicurezza alimentare con troppa superficialità. In molte di queste trasmissioni i cuochi diventano esperti nutrizionisti e i conduttori si trasformano in tecnologi alimentari. Alla fine il bilancio è disarmante perché questo sconfinamento dei canali televisivi nel mondo del cibo affiancato dagli esperti improvvisati che transitano su alcuni giornali crea molta confusione. La situazione si complica ulteriormente considerando Facebook, YouTube e i blog che rilanciano a raffica notizie verosimili o palesemente false. Il sistema utilizza il metodo del “copia e incolla”. Basta un titolo efficace e una bella fotografia per trasformare un falso allarme in notizia. Quello che segue è una rassegna di episodi inventati o poco attendibili proposti da testate prestigiose e siti spregiudicati. Il problema è sempre esistito, ma la novità è che adesso solo in pochissimi casi si riesce a ripristinare la verità.

La bufala del grano ammuffito di Barilla lievita in rete e trova ospitalità in numerosi siti nei primi mesi del 2012 nonostante la notizia sia caratterizzata da diversi elementi chiaramente falsi, che però colpiscono la fantasia del lettore. La notizia comincia dicendo che il marchio Barilla è diventato americano (non è vero), e prosegue con assurde teorie sostenendo che l’azienda usa grano ammuffito importato dall’estero. Il testo continua parlando dei contadini del Sud-Italia affamati perché non possono più vendere il loro grano in competizione con quello importato. La storia è molto suggestiva, ma poco attendibile, visto che Barilla importa il 30% di materia prima perché l’Italia non ne produce a sufficienza. La notizia si conclude con un appello al boicottaggio del marchio Barilla e degli altri marchi di proprietà cita a Motta che notoriamente appartiene ad un altro gruppo.

La bufala del latte ribollito 5 volte fa strage di contatti in rete e gira per mesi sui moltissimi siti con diverse riprese sui media. Il testo dice che per legge il latte può essere pastorizzato a 190°C anche cinque volte e poi rivenduto. Si tratta di una storia assurda basta pensare ai costi vertiginosi che comporta il riscaldamento a 190°C ripetuto diverse volte. In realtà il latte si pastorizza a 72°C circa una sola volta e nessuno ha l’interesse economico a rigenerare un prodotto che le aziende agricole vendono a 35 centesimi. La falsa notizia parla anche di un codice segreto riportato sulla confezione fornendo spiegazioni su come decodificarlo. La storia è affascinante ma è del tutto inventata, il codice è poi quello utilizzato per la tracciabilità dell’involucro.

La storia del pane rumeno surgelato venduto nei supermercati italiani dopo essere stato precotto in Romania in forni a legna alimentati con legno di casse da morto è firmata da Paolo Berizzi ed è pubblicata in prima pagina su la Repubblica del 1 novembre 2011. Purtroppo la notizia viene ripresa da altri media e diventa un “evento”. L’autore (non certo privo di fantasia), lascia intendere che in alcuni forni rumeni a gestione familiare la legna proviene da scarti di bare e pneumatici “ispirandosi a certe abitudini camorristiche della Campania”. Secondo Berizzi questo pane viene comprato a 0,6-1,0 €/kg e venduto nei supermercati, nelle mense e in altre comunità. Premesso che molti supermercati riportano sui sacchetti l’indicazione dello stabilimento di produzione, c’è un piccolo particolare che sfugge al giornalista. I forni industriali non sono alimentati a legna. Forse Berizzi pensa che in Romania il pane destinato all’export si prepari in forni simili a quelli delle pizzerie! L’idea è affascinante, ma un po’ fuori dal tempo, l’articolo assomiglia più alla sceneggiatura di un film horror e non fa certo bella figura sulla prima pagina de la Repubblica.

(continua a leggere sul Fatto Alimentare)

foto: ALBERTO PIZZOLI/AFP/GettyImages