«La vita è una sola, online e offline»

Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica e grande esperto di internet, sgrida l'Osservatore Romano sulle sue analisi superficiali della Rete

Antonio Spadaro è un padre gesuita, direttore della storica rivista Civiltà Cattolica, grande esperto di temi legati a internet e alle nuove tecnologie, di cui scrive frequentemente sul suo blog che si chiama Cyberteologia. Domenica ha quindi contestato molto severamente “gli stereotipi” sul rapporto delle vite quotidiane con la rete contenuti in un articolo dell’Osservatore Romano, quotidiano del Vaticano.

Il 29 novembre scorso l’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo di Christian Martini Grimaldi dal titolo “Tra realtà e pregiudizio” dedicato alle relazioni umane dentro e fuori dalla rete. È un articolo che sembra smentire l’intelligenza e la sapienza del magistero pontificio sulle comunicazioni di Benedetto XVI (proprio alla vigilia della sua presenza su Twitter!) con la semplice e inutile riproposizione di alcuni stereotipi.

L’articolo prende spunto da una mia frase che è in realtà (nell’articolo non è detto) parte di un mio articolo su Avvenire. In quella frase dico che finché si manterrà il dualismo tra la vita off line e la vita on line – considerando banalmente la prima come la vita “vera” e la seconda come la vita irrimediabilmente “finta” – si moltiplicheranno le alienazioni. Finché si dirà che per vivere relazioni reali bisogna chiudere le relazioni in rete si confermerà la schizofrenia di una generazione che vive l’ambiente digitale come un ambiente che vive di banalità effimere.

Il messaggio che cercavo di comunicare è che la vita è una sola, sia che essa viva nell’ambiente fisico sia che essa viva nell’ambiente digitale. La rete non è una realtà parallela, ma è chiamata ad essere uno spazio antropologico interconnesso radicalmente con gli altri spazi della nostra vita.

Cosa fa l’autore dell’articolo sull’Osservatore Romano? Scrive che no, la rete è invece solo una «bolla priva di realismo fisico», che in rete dunque finiamo o finiremo tutti per essere “hikikomori”, cioè quei giapponesi che vivono isolati dal resto del mondo, come dimostrato da una serie di fatti e di sindromi che Grimaldi annota, concludendo che, alla fine, sostanzialmente è tutta colpa della rete.

Ma come si fa ancora a ragionare in questo modo, mi chiedo? Cosa fa l’autore dell’articolo? Parte dalla patologia e arriva acriticamente alle sue conclusioni. E’ insomma come se io parlassi dei criminali (della vita “reale”) e quindi deducessi che il mondo è un posto cattivo dove tutti gli uomini finiscono per essere gente depravata. L’autore dell’articolo dimentica tutta la solidarietà che si esprime in rete, l’open source, lo scambio virtuoso, la capacità di condivisione positiva,… Per lui tutto questo non esiste: finiremo tutti per essere hikikomori.

(continua a leggere sul blog Cyberteologie)

(ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)