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  • mercoledì 17 Ottobre 2012

Che cosa sta succedendo in Kuwait

Sciolto il Parlamento, l'emiro vuole cambiare legge elettorale, l'opposizione protesta: a dicembre si voterà per la seconda volta in un anno e per la quinta dal 2006

Lunedì scorso ci sono stati violenti scontri fuori dall’Assemblea Nazionale del Kuwait, a Kuwait City, tra circa 5 mila manifestanti che protestavano contro il governo e le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Ci sono stati dei feriti e almeno cinque persone, tra cui il figlio di uno dei leader dell’opposizione Ahmed al-Saadoun, sono stati arrestati.

Il corteo è stato preceduto da un discorso dell’ex deputato Mussallam al-Barrak che in pubblico si è rivolto direttamente all’emiro Sheikh Sabah al-Ahmad al-Sabah (che è anche capo dello Stato) dicendo: «Non vi permetteremo, vostra altezza, di far cadere il Kuwait nell’abisso dell’autocrazia. Non abbiamo più paura né delle prigioni né dei vostri bastoni». L’opposizione all’emiro teme infatti che venga modificata la legge elettorale prima delle prossime elezioni – che saranno le quinte in soli sei anni e si terranno entro il 7 dicembre del 2012 – per influenzarne a proprio favore i risultati.

Il Kuwait è attraversato da anni da una crisi politica cronica che ne ha bloccato lo sviluppo nonostante la ricchezza che deriva dal petrolio. Il paese è infatti uno dei più ricchi di petrolio al mondo ma è anche il più colpito da un immobilismo e da una frammentazione politica che ne bloccano investimenti e affari: e infatti cresce poco, rispetto ai suoi pari nel Golfo. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, negli ultimi cinque anni l’economia del Kuwait è cresciuta del 2,6 percento contro il 4,2 degli Emirati Arabi Uniti, il 5,7 del Bahrein e il 18 del Qatar.

Il Kuwait è stato il primo paese del Golfo, circa cinquant’anni fa, a istituire un organo democratico come l’Assemblea Nazionale e, seppur non si possa definire una democrazia totalmente compiuta, questo parlamento può in effetti esercitare qualche potere. Più che proporre leggi, i deputati infatti possono bloccare, in diversi casi, quelle sottoscritte dal gabinetto di governo e dal primo ministro che tutt’ora viene scelto dalla famiglia reale al-Sabah al potere, ma il cui ruolo dal 2003 è stato separato da quello di erede al trono. Nel 2005 sono stati riconosciuti pieni diritti politici alle donne che sono riuscite ad entrare, non senza una feroce opposizione dei conservatori, per la prima volta all’Assemblea Nazionale. Nelle elezioni del 2009 furono elette quattro deputate.

L’emiro nel 2009 aveva nominato come primo ministro suo nipote Sheikh Nasser al-Muhammad al-Sabah, rimosso dall’incarico nel dicembre del 2011 (con conseguente scioglimento del parlamento) a causa di una crisi determinata da diverse accuse di corruzione contro lo stesso Nasser e altri 13 deputati e che coinvolsero direttamente anche l’emiro Sabah, colpevole, secondo alcuni, di aver accreditato fondi pubblici su uno dei suoi conti in banca.

Nelle elezioni del febbraio 2012 vinse l’opposizione all’emiro, che contava al suo interno islamisti, salafiti, liberali, attivisti laici e ottenne 34 seggi su 50: non venne però eletta alcuna delle 23 candidate donne. Il risultato fu annullato per vizio di forma a giugno dalla Corte Costituzionale che decise di ripristinare il Parlamento eletto nel 2009. In realtà, dopo la decisione della Corte, l’Assemblea non è mai riuscita a riunirsi a causa del boicottaggio dell’opposizione. Da qui la decisione all’inizio di ottobre dell’emiro di azzerare nuovamente il parlamento e tornare a votare. La legge del Kuwait prevede che si tengano entro 60 giorni, dunque entro il prossimo 7 dicembre.

Si tratterà dunque della seconda volta in un anno che il paese andrà alle urne e della quinta dalla metà del 2006. La decisione è arrivata anche dopo che la più alta corte del Kuwait ha respinto un appello del governo per trasformare i confini elettorali del Paese. La Corte Costituzionale ha confermato la legge elettorale del 2006 e la divisione del paese in cinque circoscrizioni. Il governo non ha ancora rinunciato alle modifiche: da qui le proteste dell’opposizione.