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  • mercoledì 3 ottobre 2012

Un più grande paese

Siamo spacciati? Luca Sofri scrive su IL sull'Italia, le poltrone e la scarsa attrattiva della politica

Il numero in edicola di IL, il magazine mensile del Sole 24 Ore, è dedicato allo “stato dell’Italia”, e ospita un articolo di Luca Sofri – il peraltro direttore del Post – che riprende, aggiorna e sviluppa i temi del suo libro Un grande paese.

C’è quell’espressione, “attaccati alla poltrona”. È uno dei molti deprecabili concetti che associamo all’idea che ci siamo costruiti degli italiani, nei decenni. O meglio, non proprio degli italiani.
Degli altri, italiani.
Da un po’ di tempo, gli italiani non siamo noi.
Una sera, in una puntata di Ballarò, hanno mostrato una serie di interviste fatte per strada, a Bologna: il giornalista chiedeva quale fosse il problema, con l’Italia. E tutti rispondevano che il problema sono gli italiani; rispondevano con un sorriso imbarazzato, scorati, disincantati, un disincanto familiare a molti: alla fine chi di noi non si trova ogni tanto a pensarlo? Persino Umberto Eco, in quel servizio di Ballarò, lo diceva, che il problema sono gli italiani.

Però è buffo, se ci pensate, no? Andiamo dicendo che il problema sono gli italiani, ma non ci siamo mai noi, tra quegli italiani. Sono degli altri italiani. Siamo una grande maggioranza, quasi l’unanimità, di persone convinte della stessa cosa: di essere una minoranza. Forse basta a fare un popolo unito, potremmo pensare per scherzo: salvo poi fermarci a riflettere che questo siamo sempre stati, dai campanili in poi.

Quell’espressione, “attaccati alla poltrona”, l’abbiamo sempre riferita a qualcun altro, naturalmente. A quelli con una poltrona, anche se poi le poltrone sono tante e diverse e se andate all’Ikea ve ne portate via di dignitose per venti euro, a patto che ve le montiate: e qui ci starebbero delle metafore, forse. Ma quando diciamo “attaccati alla poltrona” pensiamo a poltrone importanti, a manager di enti pubblici, direttori di telegiornali, rettori universitari, titolari di rubriche fisse sui quotidiani, presidenti di musei, italiani con la segretaria che gli gestisce gli appuntamenti, quando ne hanno. E soprattutto, politici. Lì la poltrona non è più nemmeno metaforica, o immaginata (in pelle umana? Col ficus?), ma mostrata quotidianamente, a volte vuota però occupata lo stesso: le si vedono sul canale 524 di Sky, Camera dei Deputati, o 525, Senato della Repubblica, oppure nelle foto dei quotidiani, o nei servizi dei telegiornali. L’attaccamento è divenuto persino un impiccio centrale negli sviluppi della politica italiana di questi anni: non come tema morale, ma come ostacolo concreto a ogni ipotesi di scioglimento delle Camere ed elezioni anticipate, e anche di revisione della legge elettorale. Prima ce lo dicevamo dandoci di gomito, che qualunque rottura di alleanze ipotizzata non valeva niente a fronte dell’indisponibilità dei parlamentari eletti (eletti in quel modo là, poi) a cedere il posto anticipatamente. Poi però l’abbiamo visto succedere davvero, con il mercanteggiamento di uomini tra Fli e Pdl prima e l’apparizione della razza Scilipoti poi.

(continua a leggere su IL)

(Foto di Massimo Siragusa/Contrato)

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