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  • domenica 30 settembre 2012

Il monumento a Rodolfo Graziani

Gian Antonio Stella racconta i crimini commessi in Africa dal maresciallo Graziani, a cui il comune di Affile ha dedicato un mausoleo (coi soldi della regione Lazio)

L’11 agosto di quest’anno il piccolo comune di Affile, 1.500 abitanti in provincia di Roma, ha inaugurato un monumento a Rodolfo Graziani, il militare di grado più elevato a passare alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. Il monumento è stato costruito con un finanziamento da 130 mila euro della regione Lazio. Sul Corriere della Sera, Gian Antonio Stella ricorda chi era Graziani: non solo un militare che scelse il fascismo invece che il Regno d’Italia, ma un criminale di guerra, responsabile di numerose atrocità durante e dopo la campagna d’Etiopia.

Graziani fu processato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e condannato a 19 anni di carcere (poi, tramite le amnistie, scontò solo 4 mesi di prigione), ma i reati che gli furono contestati riguardarono il suo ruolo di capo militare delle forze della Repubblica di Salò. Graziani non fu mai processato per i crimini commessi in Etiopia, sia durante l’invasione che dopo, durante il periodo in cui ebbe la carica di viceré. Graziani venne definito un criminale di guerra dall’ONU per l’uso di gas tossici, vietati da tutte le convenzioni, per aver ordinato rappresaglie indiscriminate e persino per aver comandato il massacro di 1.400 sacerdoti e religiosi etiopi. L’Etiopia chiese la sua estradizione per processarlo, ma la richiesta non venne mai accolta.

«Mai dormito tanto tranquillamente », scrisse Rodolfo Graziani in risposta a chi gli chiedeva se non avesse gli incubi dopo le mattanze che aveva ordinato, come quella di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debra Libanos, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana. Dormono tranquilli anche quelli che hanno speso soldi pubblici per erigere in Ciociaria un sacrario a quel macellaio? Se è così non conoscono la storia.

Rimuovere il ricordo di un crimine, ha scritto Henry Bernard Levy, vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio». Ha ragione. È una vergogna che il comune di Affile, dalle parti di Subiaco, abbia costruito un mausoleo per celebrare la memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Ed è incredibile che la cosa abbia sollevato scandalizzate reazioni internazionali, con articoli sul New York Times o servizi della Bbc,ma non sia riuscita a sollevare un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica nostrana. Segno che troppi italiani ignorano o continuano a rimuovere le nostre pesanti responsabilità coloniali.

Francesco Storace è arrivato a dettare all’Ansa una notizia intitolata «Non infangare Graziani» e a sostenere che «nel processo che gli fu intentato nel 1948 fu riconosciuto colpevole e condannato a soli due anni di reclusione per la semplice adesione alla Rsi». Falso. Il dizionario biografico Treccani spiega che il 2 maggio 1950 il maresciallo fu condannato a 19 anni di carcere e fu grazie ad una serie di condoni che ne scontò, vergognosamente, molti di meno.

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Foto: AP Photo

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