La rana italiana

Marco Simoni ha scritto un libro sulle prospettive e le opportunità che abbiamo di cavarcela, se proviamo a capire come stanno le cose

di marco simoni

Per trovare la luce in fondo al tunnel
bisogna prima trovare il tunnel.

A fine Ottocento alcuni scienziati osservarono che se una rana viene gettata in una pentola d’acqua bollente, i suoi riflessi la spingeranno a saltar fuori. Se invece la stessa rana viene immersa in una pentola d’acqua fredda sotto la quale viene acceso un fuoco lento, essa si intorpidirà lentamente, non si renderà conto di quel che succede e farà una brutta fine.

Questa seconda storia assomiglia a quanto è avvenuto all’economia – e di conseguenza alla società – italiana negli ultimi vent’anni, seppure il finale sia ancora da scrivere. Infatti, ciò che spesso sfugge alle analisi sulle crisi, prima finanziaria, poi economica e quindi virata nel cortocircuito tra debiti sovrani e banche, è che l’Italia si trova ad affrontare queste circostanze dopo aver attraversato almeno un quindicennio immersa nell’acqua che andava lentamente scaldandosi.
In altre parole, quando la crisi ha colpito le fondamenta finanziarie delle economie occidentali, estendendosi rapidamente ad altri settori, l’Italia, a differenza degli altri paesi, era da tempo in una condizione di stagnazione che andava peggiorando. Le diverse crisi che si sono succedute dal 2007, per tornare all’allegoria iniziale, hanno avuto dunque l’effetto di fiammate di calore intenso e improvviso in un contesto che tuttavia era già profondamente deteriorato.

Uno dei luoghi comuni ripetuti dal governo di centrodestra fino all’estate del 2011, quando le reazioni dei mercati internazionali l’hanno costretto a una manovra correttiva molto seria in pieno agosto, suggeriva che l’Italia avesse subito gli effetti della crisi economica in misura minore rispetto agli altri paesi. Certamente le banche italiane hanno seguito strategie meno rischiose delle loro cugine d’oltreoceano o d’oltremanica e, di conseguenza, non hanno sofferto in maniera paragonabile della crisi finanziaria. Tuttavia, leggendo i dati, che rivelano l’opposto di quanto sostenuto a lungo, vengono i brividi a pensare cosa sarebbe accaduto se il nostro sistema bancario non fosse stato così solido.
Per i nostri partner europei più importanti, come la Germania, la Francia o il Regno Unito, la crisi è arrivata come uno shock improvviso che li ha visti capaci di avviare una decisa reazione. Per altri paesi, più fragili o con maggiori problemi legati alla finanza privata o pubblica – come l’Irlanda o l’Islanda –, è stato più difficile superare i momenti critici e molte misure emergenziali hanno avuto costi sociali o economici che si sarebbero potuti evitare. La crisi ha reso improvvisamente evidenti tutte le differenze tra le economie europee, non solo in termini di gestione della finanza pubblica tra paesi con i conti in ordine e paesi con un alto debito pubblico, ma anche riguardo alle diverse capacità di reazione dell’economia reale. Queste differenze, le loro conseguenze sui mercati finanziari hanno a loro volta mostrato tutti i limiti insiti nella costruzione della moneta unica in assenza di una forma di unificazione politica equivalente che, distribuendo oneri in maniera ragionevole, sia anche in grado di avere strumenti adatti a fronteggiare le situazioni critiche.
È ormai chiaro che ci vorrà tempo, altri tentativi e presumibilmente altri errori prima che le ferite della crisi si cicatrizzino, un nuovo equilibrio sia individuato e le economie europee possano entrare in un nuovo periodo di crescita stabile e duratura.

In questo quadro è importante essere consapevoli che per l’Italia, al contrario degli altri paesi europei, la crisi è intervenuta dopo che una lunga e lenta stagnazione era già in atto: l’Italia era già dentro una pentola d’acqua sempre più calda, quando la temperatura si è ulteriormente alzata. Di conseguenza, le sue bruciature sono più profonde. Tuttavia, proprio l’assuefazione a un declino avvertito come inesorabile – non solo in campo economico, ma esteso a tanti settori della vita civile, in cui sembra che si possa andare avanti nonostante evidenti problemi e difficoltà (che a loro volta, crescendo impercettibilmente, sembrano sempre di poco superiori a prima) – ha finora impedito uno scatto in avanti. È questo che, in ultima analisi, ha reso credibile e, tutto sommato, poco contestata dai principali media, la versione propagandistica del governo sull’Italia «prima della classe» nel contesto della crisi globale.
Se negli altri paesi la crisi ha fatto paura, l’Italia ha reagito come nella storiella dell’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani e, a ogni piano che passa, si ripete: Fino a qui tutto bene.

Pochi numeri, ma pessimi
Da un certo punto di vista la tesi di un’Italia monocula in terra caecorum continua a resistere, dato che le motivazioni addotte ai provvedimenti economici recenti puntano tutte il dito sullo stato dell’economia globale e sulle responsabilità della finanza internazionale, evitando sistematicamente uno sguardo critico sulle condizioni nelle quali l’Italia si è trovata ad affrontare la crisi. Da ultimo, le spinte dei mercati finanziari – si noti bene, sempre ragioni contingenti – sono state anche alla base della giustificazione politica che, da parte di tutti gli schieramenti, è stata data al governo di unità nazionale presieduto da Mario Monti. Da parte della classe politica si è sentito molto poco a proposito delle ragioni di lungo periodo che hanno condotto l’Italia alla situazione attuale.

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