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  • lunedì 19 marzo 2012

Il caso Emiliano

Come un'inchiesta in cui non è imputato, una famiglia di imprenditori e politici, e alcune aragoste hanno complicato la carriera del sindaco di Bari

Da qualche giorno Michele Emiliano, sindaco di Bari, ex magistrato e presidente del Partito Democratico in Puglia, si trova indirettamente coinvolto in un caso giudiziario che riguarda la città che governa e un importante gruppo imprenditoriale (e anche aragoste, ostriche e cozze pelose). Emiliano non è indagato ma il caso giudiziario è diventato un caso politico, perché ha a che fare con il governo di Bari e anche con le scelte del sindaco. E con “il rapporto tra la classe dirigente italiana e la dimensione del denaro e del lusso che il denaro consente”, scrive Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale in prima pagina di oggi sul Corriere della Sera. Ma per raccontare questa storia bisogna prima spiegare che cos’è, a Bari, il gruppo Degennaro.

Il gruppo Degennaro
L’azienda di cui si parla nelle carte dell’inchiesta è la DEC, società del settore delle costruzioni appartenente al gruppo Degennaro, fondato nell’immediato dopoguerra da Emanuele Degennaro. La DEC è stata costituita nel dicembre del 2000 e si occupa principalmente di opere pubbliche e alberghi: ha costruito, tra le altre cose, l’ospedale Madonna delle Grazie di Matera, il policlinico “San Matteo” di Pavia e l’ospedale “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo. Il gruppo ha commesse e interessi in tutta Italia e anche all’estero ma questa storia si concentra su quanto accaduto in Puglia e soprattutto a Bari, la città governata da Michele Emiliano, dove, scrive Repubblica, “i Degennaro dettavano legge su tutto”. La famiglia Degennaro è impegnata anche in politica: uno dei figli di Emanuele Degennaro, Gerardo, è consigliere regionale del PD; una nipote era fino a poco tempo fa assessore comunale. A Bari, nella giunta Emiliano.

L’inchiesta, gli arresti
Oggi il gruppo Degennaro è guidato dagli eredi di Emanuele Degennaro. Due di questi, Gerardo e Daniele, sono agli arresti domiciliari dallo scorso 13 marzo. Daniele lavorava direttamente nell’impresa di famiglia, Gerardo è consigliere regionale del Partito Democratico. Insieme a loro, su richiesta della procura di Bari, sono state eseguite altre “ordinanze di custodia cautelare”. Sono quindi agli arresti domiciliari anche Vito Nitti, ex direttore dell’ufficio tecnico comunale; Anna Maria Curcuruto, direttore della ripartizione urbanistica del comune di Bari; Gennaro Russo, dirigente delle politiche per lo sviluppo rurale della regione Puglia; Raffaele Contessa, direttore lavori del centro direzionale; Michele Corona, direttore tecnico della DEC. Nei provvedimenti vengono contestati i reati di corruzione, frode e “numerosissimi falsi”. Gli indagati sono in tutto circa ottanta.

L’inchiesta riguarda una presunta truffa realizzata dal gruppo Degennaro nella realizzazione di alcuni parcheggi a Bari, soprattutto quelli interrati in piazza Giulio Cesare e piazza Cesare Battisti. Le accuse sono molteplici: si va dall’aver utilizzato materiali scadenti nella realizzazione delle opere al sovrapprezzo dei rendiconti allo scopo di ottenere più fondi dall’Unione Europea nelle opere realizzate col project financing. E poi la presunta corruzione, soprattutto: alcuni tecnici comunali con importante voce in capitolo sugli appalti dei Degennaro, scrive Repubblica, “hanno poi acquistato appartamenti, pare a prezzi molto vantaggiosi, dal gruppo”. Ci sono altri filoni: una storia di case realizzate per le forze dell’ordine ma dai canoni troppo alti, e quindi vendute poi ai privati, e un’altra di alloggi di edilizia agevolata che faranno la stessa fine.

Le pressioni politiche
Stando a quel che sostiene la procura, il gruppo Degennaro avrebbe ottenuto almeno sei grossi appalti grazie a pressioni politiche, corruzione, promesse di promozioni e incarichi, sconti su acquisti di appartamenti, regali e soggiorni in alberghi. “Potevano contare su una vasta rete di complicità nel Comune e in Regione”, scrive ancora Repubblica basandosi sulle carte della procura, “ottenevano certificati e attestazioni false per coprire le carenze nelle modalità di esecuzione delle gare”. I certificati tecnici, dice la procura, venivano realizzati “in collaborazione” tra il comune e la società dei Degennaro. Uno dei tecnici del comune è stato anche assunto come direttore tecnico di cantiere a Milano mentre faceva il collaudatore a Bari. Scrive la procura:

“Il gruppo imprenditoriale della famiglia Degennaro gode del totale asservimento di diversi pubblici ufficiali per aggiudicarsi le gare per la realizzazione di opere pubbliche e gli affidamenti di concessioni. Di contro pubblici ufficiali infedeli hanno tratto, da questo rapporto utilità personali in violazione dei principi di probità, imparzialità e trasparenza. […] Esiste un comitato d’affari di cui naturalmente fanno parte i Degennaro che è in grado di influenzare a proprio favore le decisioni degli uffici. Il contenuto degli atti amministrativi è stato concordato, se non addirittura imposto (nelle numerose riunioni riservate, tenute peraltro negli uffici comunali, tra i dirigenti dell’amministrazione comunale e i rappresentanti dell’impresa), tra imprenditore e uffici dell’amministrazione ed è stato finalizzato al perseguimento del massimo profitto in danno degli interessi della collettività. […] Dirigenti e funzionari pubblici hanno rivestito il mero ruolo di esecutori della volontà dell’impresa legittimando formalmente, attraverso la produzione di atti spesso ideologicamente e talora anche materialmente falsi, un’attività, che, di fatto, si è rivelata spesso illecita sia sotto il profilo amministrativo sia sotto il profilo penale. Numerosi pubblici ufficiali hanno gestito l’affidamento di lavori pubblici secondo principi personalistici, in violazione delle procedure di evidenza pubblica in cambio favori e utilità personali”.

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