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  • giovedì 9 Febbraio 2012

Islandia, la città che sta per essere abolita

La storia del più piccolo comune della Florida, ancora per poco

Islandia è un comune statunitense autonomo all’interno della contea di Miami-Dade, un arcipelago di 33 isole di cui solo due abitate, raggiungibile solo via mare dalla Florida. È il più piccolo comune della contea e ha cinque abitanti. Tra pochi giorni si terrà un’udienza pubblica della giunta di Miami-Dade, dopo di che il municipio di Islandia smetterà di esistere, tornando ad essere un territorio amministrato direttamente dalla contea.

A dire il vero, Islandia non ha mai avuto un vero e proprio municipio funzionante, e attualmente non ha neppure scuole o tribunali o negozi. Gran parte del territorio è costituito da un parco naturale. Ma nel 1960, quando nacque il comune, c’era chi aveva grandi progetti per l’arcipelago: trasformarlo da un paradiso naturale infestato dalle zanzare, meta di campeggi avventurosi di organizzazioni giovanili, a una distesa di hotel di lusso, case con vista mare e campi da golf.

Le isole del comune di Islandia erano una riserva di pesca degli indiani Tequesta. A metà dell’Ottocento vennero abitate da un gruppo di immigrati provenienti dalle Bahamas, che cercarono con poca fortuna di trasformare l’isola di Elliott Keys in una comunità agricola. L’insediamento superò il centinaio di abitanti all’inizio del 1900 e venne persino aperto un distretto scolastico, ma il terreno non era il più adatto all’agricoltura e la distanza dalla costa e l’assenza di elettricità fecero il resto: il breve momento di fortuna dell’arcipelago passò, e la gente si trasferì altrove.

Intorno al Natale del 1960, le isole avevano 18 persone iscritte alle liste elettorali, tutti proprietari terrieri che avevano acquistato pezzi di terreno nell’arcipelago o isole intere: 13 di loro votarono per rendere autonoma la comunità e così nacque il municipio di Islandia, formato dalle 33 isole più a nord dell’arcipelago delle Florida Keys. Il governo municipale per circa trent’anni funzionò con forti irregolarità: venivano eletti sindaci e membri del consiglio comunale, ma nessuno dei votanti aveva realmente la residenza sulle isole, fatto che viola la legge dello stato della Florida. I pochi votanti si eleggevano tra loro e tenevano i consigli comunali negli uffici di una società immobiliare dei dintorni di Miami, mentre lavoravano per far diventare le loro proprietà una nuova destinazione per il turismo di lusso. Far nascere il municipio autonomo di Islandia doveva essere il primo passo per avere più libertà dalla legge federale e dello stato.

Il primo sindaco eletto fu un ex contrabbandiere che iniziò subito a cercare l’appoggio dei politici della Florida per permettere la costruzione di una strada sopraelevata dalla costa all’arcipelago, il primo passo per lo sviluppo immobiliare. Nel 1963 il sindaco e i proprietari terrieri avevano convinto della necessità della sopraelevata il governatore della Florida, ma fin dalla nascita del municipio i loro desideri di sviluppo immobiliare dovettero fare i conti con la resistenza di un piccolo e tenace gruppo di ambientalisti.

Tra gli ambientalisti c’era anche la fidanzata del sindaco Brooks, Juanita Greene, una giornalista del Miami Herald. Il gruppo riuscì a portare dalla loro parte personaggi di peso: il segretario dell’interno Stewart Udall, un convinto ambientalista che mandò degli assistenti a vedere le isole prima di convincersi definitivamente che valeva la pena di salvarle, e un membro del Congresso, il democratico Dante B. Fascell, che cominciò a lavorare a una legge per trasformare le isole in un parco federale. Agli ambientalisti mancava ancora una cosa, ovvero il supporto di qualcuno con i soldi, ma anche questo arrivò, nella persona di Herbert Hoover junior, capo della celebre ditta di aspirapolveri, che era stato sulle isole da bambino e se ne era innamorato.

Il municipio di Islandia era quasi sconfitto, ma nel 1968 i suoi membri-elettori-consiglieri riuscirono a portare sull’isola alcuni bulldozer e a spianare una striscia di terreno larga 40 metri lungo tutta la lunghezza dell’isola di Elliott Key, il primo passo per la costruzione di un’autostrada che attraversasse l’arcipelago. Nell’ottobre del 1968, il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson stroncò le loro aspirazioni firmando la legge che trasformava gran parte dell’arcipelago nel Biscayne National Park.

Ma i proprietari terrieri continuarono a eleggere sindaci, consigli comunali e persino uno sceriffo. Quando quello eletto nel 1989 si presentò al quartier generale del parco con la sua nuova uniforme e una pistola nella fondina, le guardie forestali chiamarono gli uffici della contea di Miami-Dade e il procuratore dello stato: questo atto spavaldo dello sceriffo fece riscoprire alla Florida l’esistenza del municipio di Islandia. La contea si rese conto delle irregolarità nel governo della città, invitò a presentare tutte le documentazioni necessarie all’esistenza di una vera comunità municipale (che i proprietari non sarebbero mai stati in grado di produrre) e cominciò, lentamente ma inesorabilmente, a lavorare alla sua abolizione. Oggi due isole restano interamente di proprietà di privati, e i cinque residenti sono tre dipendenti del Biscayne National Park, il coniuge di uno di loro e un solo residente volontario.

foto: AP Photo/Miami Herald, Tim Chapman