E dopo Monti?

Diamo fiducia a questo governo, e appoggiamo i tentativi di riparazione del presente: ma del futuro dovrà occuparsi qualcun altro, noi compresi

È stata una settimana difficile per il governo italiano e per chi ha investito nella sua inedita composizione rispetto a un progetto di cambiamento dell’Italia e della sua politica che potesse trarne avvio e impulso. Il progetto sui conti economici, priorità della sua “reggenza” ha incontrato subito molte delusioni: un po’ era inevitabile, come per ogni novità che attragga troppe aspettative, un po’ era forse evitabile con dimostrazioni di forza maggiori anche nei fatti – e non solo a parole – e maggiore saggezza nella ricerca del consenso. Il primo intoppo sui tagli alla politica e il secondo sulle liberalizzazioni – che hanno dato agli italiani l’impressione della vittoria di due categorie spesso malviste per prepotenze ed egoismo, politici e tassisti – sono stati due bei precoci fallimenti per il prezioso capitale di benevolenza con cui il governo era nato: come uscire di casa con un grande ombrello durante una grandinata e vederlo sfondato prima di girare l’angolo. A casa c’era ancora un altro ombrello, per fortuna, ma più piccolo.

C’è un tema su cui c’è ancora ambiguità rispetto all’anno abbondante di lavoro che il governo Monti ha davanti a sé, se riesce a giocarsi meglio la sua forza: l’ambiguità è sull’opportunità di comportarsi come un legittimo governo nella completezza del suo ruolo e della sua responsabilità o come un governo di riparazione dei conti. Che debba e possa essere il primo sta nelle parole di Monti e di diversi ministri – e non si capirebbe che altro debbano fare molti ministri di competenze assai laterali rispetto alle iniziative economiche – e nelle richieste di molti italiani. La “crescita”, quella cosa lì di cui tutti si riempiono la bocca, non dipende da trucchi estemporanei che creino maggiori profitti in giro: dipende da un radicale progetto di riforme e di sviluppo civile e culturale di cui l’Italia ha bisogno. Non siamo finiti in una grave crisi economica perché qualcuno ha smarrito il portafoglio: ci siamo finiti perché siamo un paese che da anni ha gestito sventatamente la sua identità, la sua civiltà, la sua cultura, la sua scuola, le sue prospettive e il suo futuro, e il declino economico è figlio inevitabile di questo percorso. Rischiamo di arrivare alle elezioni del 2013 – anche ammettendo la capacità del governo di arrestare nel frattempo il tracollo – ed essere daccapo: e la prima opportunità per evitare che questo avvenga ce l’ha il governo Monti legittimando l’iniziale impressione di essere capace di qualcosa di diverso, e non basterà prendere il treno per tornare a casa nel weekend, né infilare delle buone battute contro i partiti un giorno sì e un giorno sì.

Il partito dell’ostilità al governo-che-governi era in un angolo ma sta alzando la voce e ingrossandosi: e la capacità di alzare la voce della Lega si è già fatta riconoscere con le scene da mercato del pesce dei giorni scorsi, ma anche con le più ripulite ma esplicite obiezioni di Roberto Maroni: «diciamo che il governo si sta un po’ allargando», ha detto ieri con minacciosa arroganza sui progetti sulla giustizia, come se il governo dovesse avere un guinzaglio. Il decreto sulle carceri, ha detto, «non mi sembra che c’entri molto con la crisi economica».

C’entra, c’entra. C’entra tutto: un governo governa, malgrado ci siamo abituati ad approcci diversi negli ultimi anni. E sono non benvenute, ma obbligatorie, le misure di riforma dei molti problemi italiani di cui questo governo si farà carico. Ma esattamente come abbiamo deciso di dargli quindi fiducia – la merita, ed è l’unico modo di favorirne il lavoro – non possiamo nasconderci che non è questo governo che costruirà un futuro diverso e un diverso paese. Le vicende e le fatiche di questa settimana confermano che non possiamo aspettarcene di più che una riparazione del presente – e sarà già molto – e un’interruzione di un declino pericolosissimo, interruzione preziosa per chi ha ancora bisogno di tempo per costruire un’alternativa.

Chi sia quello, non lo vediamo ancora. Molti a sinistra hanno investito speranze in quello che stanno facendo Matteo Renzi da una parte o Pippo Civati da un’altra, altri confidano che possa essere ancora il PD di Bersani a trasformare l’Italia e a rendere il centrosinistra vincente. Poi c’è chi crede che Vendola riesca a diventare leader di una maggioranza alternativa, e chi trova rassicurazione in ipotesi neodemocristiane e moderate da Terzo Polo. Quello che è certo – sul Post abbiamo detto in altre occasioni quali di questi progetti ci sembrino più convincenti rispetto al futuro – è che nessuno di questi sembra oggi sfruttare questi momenti di congelamento degli scontri quotidiani e opportunità di progetto e costruzione per progettare e costruire, appunto. Le speranze che in molti abbiamo di intervento sulla scuola e la cultura, sulla giustizia, sulla modernizzazione tecnologica e digitale, sul sistema del lavoro, sul conflitto di interessi, sulla legge elettorale, sul servizio pubblico Rai, su una cultura delle regole e della comunità nazionale non hanno oggi braccia in cui essere consegnate con fiducia.

Il rischio è che entriamo tutti in questo assopimento, stremati come siamo da una politica pubblica che in questi anni è stata inconsistente quanto soffocante: non ne possiamo più, la rissa si è improvvisamente sgonfiata, e abbiamo una gran voglia di rimuovere il pensiero, adattarci a un’impressione di nuova normalità, fingere che quel PD che non ci convinceva un mese fa riappaia improvvisamente grande forza modernizzatrice e attraente tra un anno, o che quel che mancava alle sue correnti innovatrici si costruisca da solo mentre noi non stiamo attenti. O che qualcos’altro succeda intorno, da solo.

È una tentazione che è venuta persino al Post, in queste settimane, avrete notato: pochi ragionamenti su questi temi, poco spazio al progetto di migliorare questo paese a cui cerchiamo di lavorare ogni giorno nel piccolo di una buona informazione, orticello. Ma si può e deve fare di più, ed è meglio che se lo ricordino tutti e trovino coraggio: a cominciare dal governo Monti, sia chiaro.

(nella foto, il ministro Giarda – Roberto Monaldo/LaPresse)