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  • martedì 4 ottobre 2011

Dove va l’occupazione di Wall Street

Il Washington Post ha intervistato David Graeber, uno degli organizzatori della protesta, su cosa la tenga insieme e che obiettivi abbia

David Graeber è un antropologo americano, un militante anarchico e uno degli ispiratori di “Occupy Wall Street“, la manifestazione permanente contro il sistema finanziario che si è accampata a Manhattan da oltre quindici giorni. Lavora come assistente di Antropologia Sociale presso la Goldsmiths University di Londra dopo il mancato rinnovo del contratto a Yale che Graeber attribuisce alla militanza dichiaratamente anarchica, l’appoggio al sindacato (Geso), la difesa di una studentessa attiva politicamente e a rischio di espulsione.

Graeber (in ambiti accademici e sulla stampa con articoli divulgativi) lavora sulle opportunità dell’azione politica contemporanea e sulle pratiche coordinate da gruppi autogestiti e non gerarchici. Nei villaggi del Madagascar dove ha fatto ricerca, nelle comunità amazzoniche e in alcune iniziative del mondo occidentale (come le proteste di “Occupy Wall Street”) si concentra per Graeber la possibilità di una trasformazione fondata sul cambiamento dei modelli culturali e sullo svuotamento del potere statale. In un’intervista al telefono con Ezra Klein del Washington Post, ha spiegato forma e direzione del movimento nato nel quartiere finanziario di Manhattan.

La partecipazione diretta di Graeber è iniziata il 2 luglio, quando il movimento Adbusters ha lanciato l’invito alla protesta.

«Abbiamo sentito che ci sarebbe stata un’assemblea generale. Così mi sono presentato. Ma era un raduno, non un’assemblea. Alcuni gruppi marxisti (…) stavano facendo discorsi e progettando una marcia. Abbiamo detto che non avevamo bisogno di questo. Abbiamo riunito un piccolo gruppo e deciso di convocare una vera e propria assemblea. Così ci siamo diretti verso un’altra parte dell’area, abbiamo avviato un incontro e la gente continuava ad arrivare. C’era un problema perché avevamo solo sei settimane. Adbusters aveva già annunciato la data a ottantamila persone. Ed era un sabato. Non puoi bloccare Wall Street di sabato»

A partire da quel primo appello, sono iniziate le riunioni settimanali di piccoli gruppi di lavoro formati da un centinaio di persone. Aiutati, nel recupero di uno spazio pubblico, “da una manciata di persone che da Spagna, Grecia e Tunisia avevano fatto questo genere di cose più di recente”. Il movimento, lontano dalla retorica delle rivendicazioni, privo di una lista precisa di obiettivi e di una leadership ben identificabile “è molto simile al movimento no-global”.

«E simile è lo scetticismo dimostrato dalla stampa: è solo un gruppo di ragazzi che non conosce l’economia e sa solo dirti qual è il nemico. Ma c’è una ragione per questo. È, per così dire una condizione pre-figurativa. Stanno creando in miniatura la visione del tipo di società che vorrebbero».

Secondo Graeber avanzare delle rivendicazioni significherebbe riconoscere degli interlocutori che si giudicano invece “il problema”. Un obiettivo per ora è comunque chiaro: “creare spazi dove le persone possano interrogarsi. A New York, secondo la legge, qualsiasi assembramento non autorizzato di più di dodici persone è illegale. Lo spazio non è una risorsa apertamente disponibile. E l’unica risorsa che non scarseggia è rappresentata dalle persone intelligenti che hanno idee. (…) Ora, come questo si può tradurre in un reale cambiamento sociale è una domanda interessante”.

La crescita del movimento ne sta modificando anche le iniziali forme di organizzazione: “A questo punto, l’occupazione di New York ha trenta diversi gruppi impegnati su tutto, dalla gestione delle norme igienico-sanitarie alla discussione su lavoro e politica fiscale”. Sono stati creati uffici di collegamento con i movimenti delle altre città americane e un giornale di quattro pagine (Occupied Wall Street Journal). Il sostegno di sindacati e gruppi di attitivisti più tradizionali (come MoveOn) rappresentano un momento decisivo e rischioso: “La vera difficoltà è tenere insieme le persone comuni e i soggetti che hanno una base di finanziamento, perché significa che ci sono cose che possono dire e cose che in pubblico non possono dire”. Bisogna dunque trovare una misura “tra la dimostrazione di quello che una democrazia diretta potrebbe essere e i gruppi che hanno una forma di organizzazione che noi abbiamo rifiutato”.

Foto: Spencer Platt/Getty Images