Le 12 migliori canzoni di Vecchioni

Dopo ieri sera, vogliamo ricordarlo com'era

La partecipazione di Roberto Vecchioni a Sanremo – già priva di senso per uno che non aveva bisogno di così basso palco – è stata ulteriormente avvilita da una canzone noiosa e dimenticabile, pigro tentativo di rinnovare una canzone di impegno. Si poteva fare a meno, si poteva fare di meglio. Per dimostrarlo, riprendiamo la lista delle 12 migliori canzoni di Vecchioni contenuta in Playlist, La musica è cambiata di Luca Sofri (il peraltro direttore del Post), arricchita dell’ascolto delle canzoni nelle versioni che sono disponibili su YouTube.

Roberto Vecchioni (1943, Milano)
Professore di greco e latino, autore per Iva Zanicchi e Anna Oxa, concorrente a Sanremo, vincitore del Festivalbar e del premio Tenco, romanziere: nella famiglia dei cantautori italiani non se ne trovano con la duttilità di Vecchioni. Ha scritto decine di melodie bellissime, soavi, mettendo frasi d’amore in mezzo a testi da professore di greco e latino, ma meno artificiosi di quelli di Battiato: “Erano tempi di parole, che correvano da sole”.

Luci a San Siro (Parabola, 1971) Il panorama di canzoni dedicate espressamente a Milano è così inevitabilmente povero, che alla fine “Luci a San Siro” passa per la più bella canzone su Milano: benché non vi sia un accenno alla città che vada oltre la segnalazione del quartiere occidentale noto per la presenza dello stadio. È solo una bellissima canzone d’amore e ricordi, con un passaggio moralista un po’ noioso sulla corruzione del successo. Vecchioni la reincise più volte in dischi successivi.
https://www.youtube.com/watch?v=K-Lft_K4Vko
A.R. (Elisir, 1976) “E nave, porca nave, vai! Fa freddo e manca poco, dai”. A.R. è Arthur Rimbaud, poeta francese ottocentesco morto giovane dopo una vita di avventure e passioni forti, tra cui la relazione con il collega più anziano Paul Verlaine, che lo ferì con un colpo di pistola perché non lo lasciasse (“e Verlaine che gli sparava e gli gridava non lasciarmi, no, non lasciarmi, vita mia!”).

Figlia (Elisir, 1976) La figlia non lo sa, prima di questa lettera, di essere sua figlia: e porta il nome di un amico, “di uno dei pochi che non mi hanno mai tradito”. A momenti un po’ troppo solenne e battagliera, con lo spirito dei tempi (“figlia, figlia, non voglio che tu sia felice: ma sempre contro, finché ti lasciano la voce”), altrove formidabilmente sentimentale. Il violino è di Lucio Fabbri.

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