La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 3

Terza parte del libro in cui Enrico Brizzi racconta vent’anni di storia italiana

Le puntate precedenti di La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio (Contromano)

L’Italia non era governata da Pertini, né tanto meno dall’erede già anziano di Berlinguer, il poco affascinante Alessandro Natta.
A guardia del Potere c’era sempre la vecchia Dc con le sue correnti, le sue contraddizioni interne e i suoi segreti. I potenti di allora – Andreotti, Cossiga, Forlani e compagnia – erano accomunati dalla discrezione, un tratto stilistico cui la Dc rinunciò soltanto con l’ascesa di Cirino Pomicino, quasi barocco per gli standard della casa.
Poiché  sin da Yalta era scritto nel destino che in Italia non potessero andare al potere i comunisti, la Dc era eternamente chiamata a formare governi che li escludessero; poiché non prendeva abbastanza voti per governare da sola, si contrattavano adeguate spartizioni delle cariche pubbliche d’ogni ordine e grado con i partiti minori, per primo il Psi, in grado di garantire a Piazza del Gesù il diritto-dovere di governare.
Il più antico partito della Sinistra italiana, oltre al garofano, nello stemma aveva ancora la falce e il martello posati sul Capitale squadernato al cielo, ma ormai da tempo era guidato dal più innovativo e discusso degli uomini politici italiani, Bettino Craxi.
Craxi era presidenzialista, e non serviva molta fantasia per immaginare che vedesse se stesso come presidente. Sfidava un tabù italiano del dopoguerra, quello dell’uomo forte, e Forattini, quando ancora era in sé, lo disegnava su «Repubblica» nei panni del Duce.
In giro se ne satireggiava il decisionismo, l’oratoria inframmezzata da pause teatrali, e certo anche la mancanza di sobrietà dei suoi dinamici gerarchi, a proprio agio nella stagione dell’edonismo reaganiano come squali in un tratto di mare ricco di prede.
I socialisti erano di sinistra, almeno in teoria, erano pochi ma votati bene – sino a coincidere con il tipo antropologico del «rampante» –, e s’imbufalivano se qualcuno, anche un comico come Beppe Grillo, osava chiamarli «ladri».
Coda di paglia?
Si è detto di come controllassero una delle due reti pubbliche, e questo favorì lo svilupparsi nel paese di un bizzarro culto della personalità.
A sentire gli opinionisti da bar, mentre De Michelis danzava sino all’alba con le sue buone amiche, e Martelli volava a darsi al bel tempo in Kenya, Craxi lavorava per noi sino a tardi e conduceva una vita relativamente sobria, limitandosi a poche decine di supposte amanti.
Anche buona parte degli avversari gli riconosceva l’elemento novità: pragmatismo, nessun atteggiamento da baciapile e un buon piglio nel difendere l’interesse nazionale anche in faccia all’America. Se qualcuno sbagliava non era lui, il primo capo del governo socialista, ma i suoi accoliti, Dio ce ne scampasse.

Per puntellare la maggioranza democristiano-socialista e dar vita alla creatura mitologica nota come «pentapartito», erano regolarmente invitati – al banchetto, vien da dire – tre piccoli partiti, collettivamente chiamati «laici». Assommavano pochi punti percentuali di preferenze, e avevano nome repubblicani, socialdemocratici e liberali.
Personalmente li distinguevo solo grazie ai rispettivi simboli, e alle fattezze dei segretari che mi erano note attraverso le vignette del solito Forattini, autore anche di un utile mazzo di carte da poker dove segretari e capicorrente prendevano il posto di re, donne e jack.
I repubblicani, fortissimi in Riviera e ancor di più nella Romagna interna, vantavano come simbolo una foglia d’edera, che il disegnatore poneva – minuscola – a coprire le vergogne del pingue segretario Spadolini. Equivocando, immaginavo che il buon Spadolini si presentasse in costume adamitico anche al Senato, e mi sentii più sicuro sul suo conto solo quando lo vidi al telegiornale, in giacca e cravatta come tutti gli altri. Fra le icone del glorioso passato, i repubblicani vantavano un La Malfa; inconsapevoli del disastroso futuro, ne crescevano come capitano in pectore un secondo, il figlio Giorgio.
I socialdemocratici, poi, mi apparivano un ibrido già dal nome; la loro frequentazione delle aule giudiziarie era prassi invalsa da prima ch’io affacciassi il ciglio curioso sulle patrie gazzette, e non potevano difendersi con la stessa virulenza dei craxiani dall’accusa, velata ma sempre nell’aria, di essere dei ladri matricolati; il loro uomo di punta, Pietro Longo, era di una bruttezza proverbiale, inesprimibile a parole, paradossalmente perfetta; fu un piccolo shock scoprire che, per una volta, un politico appariva identico in video e nei disegni satirici.
I liberali non erano più guidati da Giolitti come ai tempi d’oro, ma dal calvo e dentuto Renato Altissimo, un tizio dalle insospettabili doti di action man che si spinse – o raccontò di averlo fatto, ma io stesso ricordo delle confuse riprese video di un uomo su un cammello – nel cuore dell’Afghanistan per portare armi ai mujaheddin; per molti e molti anni non conobbi dal vivo nessuno che votasse Pli, così mi convinsi che fosse qualcosa di simile a una one-man-band composta dal solo Altissimo. Le infografiche del «Resto del Carlino», con le aule parlamentari divise in spicchi, gli assegnavano una porzione sottilissima di seggi, bastevole comunque a farlo allungare comodo. Più in là di lui, spingendosi a destra oltre i confini della coalizione di governo, c’era solo il Movimento sociale italiano, con la sua sigla che riecheggiava minacciosamente la Rsi e Almirante – irriducibile di Salò – segretario: a loro, secondo mio padre, andava riconosciuto l’unico merito di non partecipare al sacco d’Italia condotto senza vergogna dal pentapartito.

«Haaaas…» ti mettevano alla prova nel cortile delle elementari.
«Fidanken!» si rispondeva, pavlovianamente, a completare la parola d’ordine.
Per quanto ricordo è cominciata così, la ripetizione acritica di slogan, ritornelli e cazzate belle e buone portate alla ribalta negli anni dalle televisioni del Silvio.
Nessuno, all’epoca, sospettava quanto in là ci saremmo ­spinti.
Sembrava ancora un fatto naturale e senza conseguenze, che i bambini si aggirassero per il paese imitando le voci di Greggio, Faletti e Braschi come altrettanti posseduti.
Non lo facevano forse anche prima, con Paolo Villaggio e il suo «Come è  umano, lei»?
Massì, eran falsi problemi da moralisti.
Ormai i ragazzini sanno tutto: che problema c’era nel lasciarli guardare Drive in? Forse i meloni in bella mostra delle cameriere Carmen Russo e Lory Del Santo?
Maddài! Quelli sono creature! Oggi li vedono, e domani se li sono già  dimenticati.
Eh, proprio.

La carne nuda – col pretesto di parodiare le vallette altrui – non mancava nemmeno nei più irriverenti programmi della tivù di Stato, firmati da Renzo Arbore.
In un’epoca in cui sembrare intelligenti era ancora di moda, Quelli della notte occupò la ribalta pubblica per 33 puntate, che i miei genitori mi concedevano talvolta di seguire insieme a loro, nonostante l’orario scandalosamente tardo.
La messa alla berlina dei salotti televisivi, fra sketch surreali, monologhi e canzoni, ne fece un evento del costume nazionale, e segnò un successo senza precedenti per la seconda rete.
Arbore e il suo vecchio compare Andy Luotto, il comunista Ferrini, il frate Frassica, Catalano e i suoi aforismi, e ancora Pazzaglia, D’Agostino, Marchini, Benson, Bracardi e Marisa Laurito: ogni ospite di Quelli della notte interpretava al meglio una maschera italiana degli anni Ottanta.
Gli adulti si sbellicavano, e persino noi bambini cantavamo a memoria Ma la notte no.
Due anni e mezzo dopo, con Luigi Locatelli alla guida di Rai Due, Arbore concederà il bis: nuova uniforme da capitano di marina, e altro botto con Indietro tutta!, il cui sponsor immaginario, il cacao meravigliao, veniva richiesto nei negozi dai telespettatori dabbene.
Le ragazze coccodè e le ballerine brasiliane, lo sfarzo della scenografia, il finto confronto fra Nord e Sud, il presentatore teleguidato dalla regia e l’ossessivo tormentone «Volante uno a volante due» caratterizzavano il nuovo show, che irruppe nelle case dei telespettatori come una domanda scomoda: cosa c’è di vero in televisione?
All’interrogativo di Arbore avrebbe risposto, in maniera ambigua e roboante, il suo vecchio compare Gianni Boncompagni.
Noi più giovani mica avremmo saputo rispondere da soli.
Per noi la televisione era qualcosa di certo ed eterno che scandiva le stagioni.
Fu lei a far scomparire le oscurità nippodemoniache di Jeeg robot d’acciaio, insieme ai ricordi di febbri infantili e pipì addosso. Via la paura, l’incertezza, le superstizioni!
Spazio alle mille luci del varietà, al sorriso incantevole di Heather Parisi, ai suoi balletti, alle battute di Baudo e alle barzellette di Bramieri! Spazio al futuro, che avanza elegante e calca il proscenio a passo di danza.
…Eccolo che arriva, gente! È luccicante come un musical. Carico di promesse. Fantastico.

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