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  • sabato 22 gennaio 2011

Perché Cuffaro è stato condannato

Quali sono i reati contestati all'ex presidente della Sicilia, che andrà in carcere

L’ex presidente della Sicilia è stato condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato alla mafia e violazione del segreto istruttorio. La Cassazione ha chiesto sette anni di reclusione e l’aggravante mafiosa impedisce l’applicazione delle misure alternative alla detenzione: per questo Cuffarò, oltre a decadere dal seggio di senatore, dovrà andare in carcere.

Di cosa parliamo
Salvatore Cuffaro è stato eletto per la prima volta presidente della Sicilia nel 2001. A giugno del 2003 Cuffaro viene indagato per concorso esterno in associazione mafiosa dalla procura di Palermo nell’ambito di un’indagine sulle continue fughe di notizie dalla Direzione distrettuale antimafia e sui rapporti della mafia con la classe politica locale. L’indagine su Cuffaro scatta quando il boss mafioso Giuseppe Guttadauro trova a colpo sicuro e distrugge le microspie che le forze dell’ordine avevano piazzato nella sua abitazione, mentre gli inquirenti stavano ascoltando. Gli inquirenti ritengono che sia stato lo stesso Cuffaro a far sapere a Guttadauro della presenza delle microspie, tramite la mediazione dell’allora deputato regionale Antonio Borzacchelli e da Domenico Miceli, medico, amico di Cuffaro ed ex assessore a Palermo. Inoltre, Cuffaro è accusato anche di avere dato informazioni riservate legate al suo processo a Michele Aiello, imprenditore nel settore della sanità indagato per associazione mafiosa. Salvatore Cuffaro si dice innocente e rinuncia all’immunità che gli spetterebbe in quanto parlamentare europeo.

Il rinvio a giudizio
A settembre del 2005 Salvatore Cuffaro viene rinviato a giudizio. L’accusa cambia: non più concorso esterno in associazione mafiosa bensì favoreggiamento aggravato alla mafia e rivelazione di notizie coperte da segreto istruttorio. A Cuffaro vengono contestati i rapporti con quattro persone. Il primo è Giuseppe Guttadauro, il boss mafioso al quale Cuffaro avrebbe fatto giungere la notizia dell’esistenza di microspie nel suo appartamento, un appartamento in cui gli inquirenti avevano registrato molte preziose conversazioni, in alcune delle quali si faceva il nome dello stesso Cuffaro. Il secondo è Michele Aiello, imprenditore nel settore della sanità a cui Cuffaro avrebbe rivelato l’esistenza di un’indagine riservata in corso sul suo conto: i due si sarebbero incontrati in un negozio di abbigliamento a Bagheria, al quale Cuffaro era arrivato senza la scorta. Lo stesso Aiello ha ammesso la circostanza, negata invece da Cuffaro. La terza persona è Giorgio Riolo, il maresciallo che aveva piazzato la microspia a casa di Guttadauro e che ha detto di avere un rapporto di grande confidenza col Cuffaro, al punto da raccontargli delle iniziative dei carabinieri. La quarta persona è Francesco Campanella, amico poi diventato collaboratore di giustizia, informato dell’esistenza di un’indagine sui rapporti di un politico locale e la mafia.

La condanna in primo grado
L’accusa in primo grado chiede otto anni di reclusione per Cuffaro, accusato di favoreggiamento alla mafia e rivelazione di segreto d’ufficio. A gennaio del 2008 Cuffaro viene condannato per favoreggiamento semplice a cinque anni di reclusione: la corte non accoglie quindi l’aggravante mafiosa, motivo per cui la condanna viene ridotta e Cuffaro festeggia offrendo i cannoli come nella famosa foto che lo ritrae col vassoio in mano. Nel frattempo Cuffaro era stato eletto a un secondo mandato alla presidenza della Sicilia, ma dopo la condanna il pressing di Lombardo lo costringe alle dimissioni. Diventerà senatore dell’UdC in occasione delle elezioni politiche del 2008.

La condanna in secondo grado
Il 22 gennaio del 2010 arriva la condanna in secondo grado, e stavolta Cuffaro viene considerato colpevole di favoreggiamento alla mafia e rilevazione del segreto d’ufficio: ritorna quindi l’aggravante e la pena inflitta sale a sei anni di reclusione. Cuffaro continua a dirsi innocente e fa ricorso in Cassazione, nel frattempo lascia ogni incarico di partito. Nonostante l’interdizione dai pubblici uffici, però, decide di non dimettersi da senatore.

Le altre indagini
Nel frattempo si aprono altri filoni di indagine nei confronti di Cuffaro. Massimo Ciancimino lo accusa di aver preso delle tangenti e per questo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo lo indaga per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento della mafia. Cuffaro è attualmente imputato in un altro processo a Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 28 giugno i pm ne hanno chiesto la condanna a dieci anni di reclusione. Cuffaro ha chiesto il rito abbreviato.

La condanna definitiva
Ieri il sostituto procuratore generale di Palermo, quindi l’accusa, aveva chiesto alla Corte di riformare il verdetto adeguandolo a quello della condanna in primo grado, sostenendo che “l’aggravante dell’agevolazione mafiosa nei confronti di Salvatore Cuffaro non è provata”. Senza l’aggravante di mafia la pena inflitta a Cuffaro si sarebbe potuta commutare con misure alternative alla detenzione, anche perché ad aprile sarebbe scattata la prescrizione. Per questo la condanna di oggi è per certi versi sorprendente, visto che la Corte ha deciso per una pena più grave di quella chiesta dall’accusa: sette anni di reclusione e condanna per favoreggiamento aggravato. Salvatore Cuffaro decade da senatore – nel frattempo aveva lasciato l’UdC aderendo ai Popolari di Italia Domani – e ha detto di volersi costituire nel carcere di Rebibbia. «Sono stato un uomo delle istituzioni, ho avuto un grande rispetto per la magistratura. Questa prova non è stata e non è facile da portare avanti ma ha rafforzato in me il rispetto delle istituzioni. La magistratura è una istituzione quindi la rispetto anche in questo momento di prova, ha accresciuto in me la fiducia nella giustizia e soprattutto ha rafforzato la mia fede. Se ho saputo resistere in questi anni difficili è soprattutto perché ho avuto tanta fede e la protezione della Madonna».