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  • martedì 28 dicembre 2010

La strada della morte in Sri Lanka

La strada A9 fu teatro di alcune delle più sanguinose battaglie tra Tigri Tamil e esercito centrale

La guerra civile in Sri Lanka è finita nel maggio del 2009, dopo avere fatto quasi ottantamila vittime

La strada A9 che collega la penisola di Jaffna al sud dello Sri Lanka è uno dei simboli più forti della guerra civile che ha travolto il paese per oltre vent’anni, causando la morte di quasi ottantamila persone. Dall’anno scorso, con la fine della guerra, è diventata anche una delle attrazioni turistiche principali del paese, con centinaia di pullman che ogni giorno portano gruppi di persone sui luoghi in cui si consumarono alcune delle più sanguinose battaglie tra le Tigri Tamil e le forze dell’esercito centrale.

Durante gli anni della guerra civile, nord e sud erano separati. Le Tigri Tamil avevano stabilito il loro governo autonomo nella penisola di Jaffna e controllavano la A9. Anche durante i periodi di cessate il fuoco, erano pochissimi gli abitanti del sud che si avventuravano su quella strada. Quando nel 2006 il conflitto riprese dopo l’ennesimo fallimento dei negoziati, l’accesso alla penisola di Jaffna fu totalmente precluso al resto degli abitanti dello Sri Lanka. Il territorio poteva essere raggiunto solo per mare o per via aerea.

Uno dei punti più visitati della strada è quello in cui è rimasto il carro armato più famoso del paese. Era stato usato dalle Tigri Tamil nel 1991 nel tentativo di aprire una breccia nelle file dell’esercito singalese. La sua avanzata fu bloccata dall’intervento di un soldato, Gamini Kularatne, che lo centrò con una granata morendo a sua volta. Accanto al bulldozer ci sono anche altri quattro veicoli usati dalle Tigri Tamil in quegli anni.

Alcuni dei residenti più anziani della penisola di Jaffna, temono che l’arrivo degli abitanti del sud possa essere uno shock culturale troppo forte per la loro regione. «Jaffna e il resto del nord hanno vissuto in isolamento per troppo tempo», racconta a Time Erabudugoda Piyadasa, una ex insegnante in pensione che ha vissuto nella penisola per oltre sessant’anni «qui le persone sono ancora molto conservatrici, quando vedono arrivare donne che indossano jeans stretti rimangono scioccate. Anche se ovviamente è meglio rimanere sbalorditi che uccidersi come succedeva un tempo».

A loro volta, per gli abitanti della penisola che erano scappati durante la guerra, tornare a nord è un’esperienza totalmente straniante. «È difficile spiegare quello che sento», dice Rani Magalam, che è tornato a Jaffna come turista dopo trentotto anni, «c’è così tanta distruzione, la presenza militare è così massiccia, non so bene come mi sento». Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa 325mila persone che avevano abbandonato Jaffa durante la guerra starebbero tornando nella loro regione. Secondo il governo singalese, ogni fine-settimana a Jaffna arrivano dai cento ai duecentomila turisti.

– Puntate precedenti: I conti col passato dello Sri Lanka

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