Cosa fare mentre Mad Men è in vacanza

Matthew Weiner, creatore di Mad Men, offre il suo punto di vista sulla stagione appena conclusa.

Occhio: vagamente spoiler per chi non ha visto la quarta stagione

di Chiara Lino

Con una lunga inquadratura di Don Draper che guarda verso una finestra si è chiusa, domenica scorsa, la quarta stagione di Mad Men: la serie non è ancora stata rinnovata ufficialmente ma fuori da quella finestra, lo sappiamo, c’è la quinta stagione. Ad uno show che in molti considerano troppo lento e, a tratti, quasi noioso, bisogna riconoscere il coraggio di esplorare luoghi e dare svolte alla trama che altre serie non oserebbero.

Forte del sostegno di un canale via cavo (la AMC) capace di sfornare veri e propri gioielli quali Rubicon o Breaking Bad, Mad Men non è costretto ad evolversi assecondando gli umori dello spettatore e riesce, così, a mantenere una coerenza ammirevole nell’evoluzione dei singoli personaggi. Dal creatore di una delle serie più acclamate dalla critica degli ultimi anni ci si aspetta un certo snobismo verso gli umori del pubblico: al contrario, Matthew Weiner è estremamente preparato su ciò che pensano i fan dello show. Alla vigilia dell’ultimo episodio l’ha intervistato ArtsBeat, blog culturale del New York Times, e le risposte di Weiner sembrano quelle di un appassionato più che della mente creativa dietro tutta la serie.

La stagione si è incentrata più che mai sul personaggio di Don Draper, che in un’involuzione apparentemente inarrestabile ha dovuto fare i conti col divorzio, con un fisico che non regge più i suoi eccessi, con la solitudine. Weiner, a costo di eclissare alcuni dei personaggi secondari, ha fatto di tutto per farci simpatizzare con lui:

Don ha perso ogni coordinata […]. A causa di eventi personali importanti: andare a letto con la sua segretaria e rendersi conto che si è trattato di un errore; bere fino a perdere conoscenza; perdere l’unica persona al mondo che poteva chiamarlo Dick e farlo diventare, per un momento, un altro uomo che ora non esiste più. […] Io non penso che sia cattivo, e non voglio che il pubblico lo pensi. Ha molte qualità ammirevoli e in fondo è una persona con dei principi, che commette errori. […] Ciò a cui l’audience non è abituata, credo, è vederlo commettere errori o essere rifiutato. [Quest’ultima stagione] parlava di un uomo senza famiglia, concentrato solo sul suo lavoro.

In molti hanno criticato la scarsa presenza di Betty, l’ex signora Draper ora (felicemente?) risposata. Alcuni ritengono che sia una premessa alla definitiva uscita di scena del suo personaggio, ma Matt Weiner rassicura:

Sento che le persone fanno pressione su questo punto: un anno c’è troppa Betty, l’anno dopo non ce n’è abbastanza. Mi domando sempre di quale personaggio voglio parlare, che storia voglio raccontare e qual è il modo più interessante per farlo. La storia di Betty, la vita in famiglia, ha avuto tanto spazio e peso quanto la storia di Joan l’anno scorso. Non è poco. […] Betty ha attraversato un periodo difficile. Io non la odio. So che è difficile per le persone: credo che vedano molto di loro stessi in lei, e quindi è uno spettacolo difficile a cui assistere. Amano poter pensare che non sarebbero mai come lei.

Ad emergere con prepotenza è invece il personaggio di Sally, la primogenita dei Draper interpretata dalla giovanissima (e bravissima) Kiernan Shipka. Spesso, messa al confronto con la madre, risulta il personaggio più maturo tra le due, pur andando incontro ai primi segni di ribellione adolescenziale. E crescono, o almeno si evolvono, anche i personaggi speculari di Pete e Peggy, il primo diventato padre e la seconda finalmente capace di rilassarsi il tanto da perdere le sue inibizioni.

Per me, quella storia raccontava sostanzialmente di Pete che diventa adulto e Peggy che ringiovanisce. Lei uscirà con i ragazzi del Village e bacerà quel tizio nell’armadio. Lui sta per avere un figlio e va a pranzo con i pezzi grossi.

Matthew Weiner e il suo staff hanno tracciato un quadro estremamente realistico di ciò che sono stati gli anni ’60 nel mondo della pubblicità, ma capita spesso di chiedersi quanto sia influenzato dall’attualità e quale sia il tema portante della serie al di là dell’algida, perfetta ambientazione storica:

La serie parla di conseguenze, ma anche degli sviluppi drammatici che derivano dall’avanzamento delle cose. […] Non ci manca il coraggio di ribaltare le situazioni esistenti.
[…] Ancora non abbiamo avuto notizia del rinnovo ufficiale, ma arriverà. […] Comincerò a pensare alla quinta stagione appena avrò firmato il contratto e avrò le idee più chiare in proposito. Do sempre il massimo, in ogni stagione, e quando è finita è finita. E voglio che anche il pubblico percepisca questo stacco netto.
[…] Prima di tutto, metà della roba che racconto viene dall’attualità. […] Il mio lavoro come artista è di incanalare ciò che provo verso la società attuale, ciò che vedete sono cose che penso del nostro isolamento, del nostro ambiguo rapporto con il materialismo, del fallimento, della nostra fragile autostima. Parlo del nostro atteggiamento verso il cambiamento e l’innovazione tecnologica.

L’intervistatore indugia sul problema delle minoranze etniche, chiedendosi se la scarsa rappresentazione di persone di colore negli ambienti professionali sia effettivamente attinente alla realtà di quegli anni:

Gli ebrei contano come minoranza razziale? Perché ce ne sono parecchi nella serie. […] Provo a mostrare, ovviamente, che col tempo le cose cambieranno. Comunque, cambieranno nella società, non nel mondo pubblicitario. Quello ancora non è cambiato. E sottolineerò questo aspetto fino all’ultimo. Sfido una qualsiasi di queste grosse aziende, al di fuori delle foto pubblicitarie che mettono sui loro depliant, a mostrarmi persone di colore in posizioni di autorità. Sono in contatto con persone di colore che lavorano nella pubblicità, nessuno di loro ritiene che dovrebbero essere più rappresentati nello show. […] Io racconto una storia di segregazione e assimilazione, e di come si sviluppa nel tempo. Spero che le persone capiscano che Faye Miller è ebrea. Spero che sappiano che Jane Siegel, la moglie di Roger, è ebrea. Sono integrate. Non tutti possono essere ricchi ereditieri come Rachel Menken, che si sente al riparo da tutto. Bobbie Barrett e Jimmy Barrett erano palesemente ebrei.