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  • lunedì 6 Settembre 2010

A che punto è il PD

Guida per districarsi tra Nuovo Ulivo, primo cerchio, secondo cerchio, candidati premier e governi di transizione

Che uno degli effetti della contrapposizione tra Berlusconi e Fini sia relegare a un ruolo marginale il PD è stato ripetuto milioni di volte. La stessa cosa vale per la considerazione amara ma vera che il PD fin dalla sua fondazione è stato spesso capace di relegarsi in ruoli marginali facendo tutto da solo, anche senza l’aiuto di Fini. Ciò nonostante di cose ne succedono, nel Partito Democratico, in quel modo erratico, confusionario e casuale con cui si muove il centrosinistra italiano: un’intervista, un discorso, una polemica, poi la lettera aperta, poi la controproposta, eccetera. Unite questo alla limitata e distratta attenzione dei giornali e capirete perché, al di là delle sue pigrizie comunicative, non si capisce molto delle cose che il PD ha proposto in queste settimane, mentre il governo vacilla e le elezioni anticipate sono qualcosa in più che uno spauracchio.

Il punto di partenza è stata la lettera inviata da Bersani a Repubblica lo scorso 26 agosto. Non si sa quanto sia stata un’iniziativa spontanea, visto che è arrivata poco dopo la discussa lettera agli italiani di Walter Veltroni sul Corriere della Sera. Ma tant’è, non ci interessa: ci interessa quello che c’è scritto, ed è quello da cui il giorno dopo è partita la sequenza di strane formule, primi e secondi cerchi, della quale molti hanno capito poco. Ve la spieghiamo noi, per come l’abbiamo capita.

Il governo di transizione
Se il governo cade, il PD chiede un governo di transizione per cambiare la legge elettorale e portare il paese alle urne. La principale obiezione che viene fatta a questa proposta è una doppia domanda, ribadita oggi da Francesco Piccolo sull’Unità: quale alleanza, quale legge? È un problema reale, visto che già soltanto dentro il PD convivono diversi orientamenti. Ma è un problema destinato a restare un’incognita fino al momento in cui l’alleanza non si rendesse eventualmente necessaria. È un problema di causa ed effetto: visto che il governo Berlusconi sostiene che questa legge elettorale va bene e non deve essere cambiata, se oggi si palesasse in Parlamento una maggioranza di orientamento contrario, quella sarebbe la probabile fine della maggioranza di governo. Invece le cose funzionano nel modo opposto: il governo non cadrà sulla legge elettorale, ma sulla legge elettorale alcuni partiti cercheranno di trovare una maggioranza dopo la sua eventuale caduta. Le differenze in questa eventuale coalizione potrebbero non essere così abissali: PD, UdC, finiani e IdV potrebbero accordarsi senza troppi problemi su un proporzionale con sbarramento e collegi uninominali. La situazione di emergenza conseguente alla caduta del governo renderebbe più agevole il superamento di dubbi e differenze.

L’alleanza per la democrazia, o secondo cerchio
Bersani chiama queste forze “alleanza per la democrazia”, Franceschini aveva parlato di “alleanza costituzionale”: si tratta di un cerchio che mette insieme sia il centrosinistra che tutte le forze non berlusconiane del centro e del centrodestra. È una specie di Comitato di Liberazione Nazionale, ok? L’alleanza di tutti quelli che vogliono superare il berlusconismo ma non per questo in un paese normale governerebbero insieme. E sono quelli che formerebbero l’eventuale governo di transizione, secondo Bersani, allo scopo di far tornare l’Italia un paese normale.

Noi proporremmo un’alleanza democratica per una legislatura costituente. Un’alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell’emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un’altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.

Il leader del secondo cerchio
Ma chi farebbe il premier di un governo simile? Chi ce la fa. Cioè: chi sarà in grado di mettere insieme una maggioranza di questo genere. Se n’è parlato a lungo ma difficilmente sarà Tremonti, troppo legato alla Lega. Potrebbe essere Casini, forse lo stesso Fini. Oppure un personaggio esterno all’attuale giro della politica italiana, e si fanno i nomi di Monti, Draghi e Montezemolo. Di certo è molto più probabile che sia un esponente del centro o del centrodestra rispetto che al centrosinistra, visto che dovrà ottenere una maggioranza in un Parlamento decisamente sbilanciato a destra.

Il Nuovo Ulivo, o primo cerchio
Con questa formula si fa invece riferimento al centrosinistra vero e proprio, al nuovo centrosinistra. Perché al termine della legislatura costituente, superato il berlusconismo, ci si tornerà a dividere come nei paesi normali: il centrodestra, il centro e il centrosinistra. Bersani parla di un percorso che “dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l’esperienza dell’Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo”, in cui “i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l’Italia e per l’Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese”. L’obiettivo è chiaro: non è chiaro però come il Nuovo Ulivo possa essere diverso dall’Unione. Come scrive Claudio Cerasa sul suo blog, finora hanno manifestato entusiasmo rispetto al Nuovo Ulivo Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista), Nichi Vendola (presidente di Sinistra e libertà), Angelo Bonelli (presidente dei Verdi), Riccardo Nencini (segretario del Psi), Oliviero Diliberto (segretario nazionale dei Comunisti Italiani). Manca solo Mastella, ma c’è l’API di Rutelli che non vede l’ora di rispondere al telefono. E l’UdC, che Bersani da tempo vuole strappare al centrodestra. Come si fa a non rifare l’Unione?

Il leader del primo cerchio
Qui il discorso è aperto. L’unico candidato già noto è Nichi Vendola, leader di Sinistra e Libertà, che chiede al PD di fare le primarie. Vendola lo chiede anche con una petulanza eccessiva, dato che le primarie si faranno con ogni evidenza: le prescrive lo statuto del PD e le vuole la grandissima parte dell’elettorato del PD. E sarebbe assurdo emanare il regolamento delle primarie tre anni prima delle elezioni. Il candidato naturale del PD è Pier Luigi Bersani, come vuole lo statuto, ma non è escluso che questo faccia un passo indietro a favore di una personalità di alto profilo (ma devono trovarla). Anche Sergio Chiamparino è praticamente in campo, anche se lo dice con formule pavide del tipo “se si aprisse un processo del genere ci penserei seriamente a provare a essere protagonista e candidarmi”. Le sortite di Veltroni nel dibattito politico sono sempre accompagnate dalle voci che lo vogliono pronto a tornare nuovamente in campo. Altri nomi arriveranno, da qui ai prossimi mesi: tanto c’è tempo.