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  • mercoledì 11 Agosto 2010

Arriva Scott Pilgrim

Il fumetto del canadese Bryan Lee O'Malley, ironico manifesto dei ventenni incapaci di crescere, diventa un film

La storia rispecchierà quella della serie, editi in Italia da Rizzoli Lizard

di Chiara Lino

Vent’anni e qualcosa, un appartamento condiviso di cui non ci si può permettere l’affitto, qualche lavoretto saltuario senza alcuna prospettiva definita, una band che fa schifo a chiunque tranne all’amico fedele (e unico fan) che si bulla di conoscere personalmente i componenti del gruppo, la generica ricerca di una relazione che non ponga troppi problemi. È la “vita niente male” di Scott Pilgrim, protagonista della saga in sei volumi firmata dal fumettista canadese Bryan Lee O’Malley: una vita da ventenne di una normalità imbarazzante – Scott è privo di aspettative, di progetti o aspirazioni, mangia sushi pagato da altri e considera il mezzogiorno “mattina presto” – intervallata di tanto in tanto da folli combattimenti per sconfiggere i malvagi ex fidanzati di Ramona Flowers, ragazza americana dal passato misterioso di cui si è innamorato. Dalla serie, pubblicata in italiano da Rizzoli Lizard, è stato tratto un film che uscirà questo fine settimana nelle sale americane: diretto dall’Edgar Writh de L’alba dei morti dementi, con un Michael Cera ormai diventato simbolo del ragazzo nella media, tenero nerd un po’ sfigato. Msnbc lo dà già per vincente al botteghino.

Scott Pilgrim è un fumetto molto canadese con influenze molto giapponesi, ma non è un manga. È Super Mario con qualcosa dei supereroi nipponici, il linguaggio visuale volutamente stereotipato dei manga disegnati male, l’ambientazione di una Toronto perennemente innevata e la tragicommedia che è la vita di un gruppo di eterni adolescenti. Il tutto infiocchettato con viaggi nel sub-spazio, porte dimensionali, sogni premonitori e labilissimi confini tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Bryan Lee O’Malley, l’autore, ha spiegato ad About.com: Manga cosa l’ha influenzato maggiormente e come è nato Scott Pilgrim

Ho giocato un sacco ai videogochi quando ero un ragazzino, tra le medie e il liceo. Ero anche un grande appassionato di manga. Credo che l’idea di combattere gli ex-ragazzi e la struttura stessa di questa storia sia stata in parte ispirata dal libro Even a Monkey Can Draw Manga (Persino una scimmia potrebbe disegnare un manga), di Koji Aihara e Kentaro Takehuma. […] Descrive la struttura dello shonen manga (manga d’azione per ragazzi, ndr) come se fosse uno spiedino su cui si alternano svariati pezzi di carne, e ognuno rappresenta un combattimento. […] Sapevo di voler strutturare questa storia come un videogame. L’altro elemento è che mia moglie, allora la mia fidanzata, mi disse di essere uscita con tre ragazzi di nome Matt, non contemporaneamente ma in diversi momenti della sua vita. Ho sempre pensato che fosse una coincidenza curiosa, e che quindi sarebbe stato divertente disegnare una storia su degli ex. E ad un certo punto è entrata in gioco la componente malvagia.

[…] Alle superiori e al college disegnavo spesso in quello stile, come Sailor Moon o le opere di Rumiko Takahashi. […] Poi ho iniziato a leggere fumetti indipendenti – sai, quella roba disegnata male, praticamente? (ride) e lo dico con affetto! Così ho capito che non era necessario disegnare con una tecnica perfetta, priva di difetti. Questo mi ha sbloccato molto.

Ma la forza di Scott Pilgrim non sta solo nelle infinite citazioni ad una cultura pop in cui i ventenni di oggi sono stati immersi fin da bambini: è facile riconoscersi nel protagonista, un supereroe che per il 90% della storia non capisce bene cosa stia succedendo e perché. Le straordinarie capacità di combattimento sono improvvisate, casuali e più vicine a quelle dei personaggi dei videogiochi che al machismo degli eroi occidentali: il nemico sconfitto scompare in una nuvoletta di polvere lasciando dietro di sé delle monetine; Scott passa di livello, guadagnando armi o nuove vite, quando supera momenti particolarmente difficili; i malvagi ex di Ramona Flowers vengono affrontati in ordine di difficoltà, non solo dal primo all’ultimo ma anche dal più debole al più forte.

Scott è un ragazzo che fa fatica a diventare adulto e la sua storia con Ramona, raccontata con leggerezza e senza alcuna pretesa di rivelare verità universali, è un po’ la storia di ogni ragazzo che si avvicina a quel periodo di totale indeterminatezza della propria vita, con la pressione di scegliere una strada che si accompagna alla totale svogliatezza indotta tanto dalla pigrizia quanto da una graduale perdita di fiducia nel mondo. E Michael Cera è un interprete perfetto per il ruolo dell’indeciso, lavativo Scott. Adam Sternbergh per The Walrus, in una sviolinata all’innata (e sottovalutata) comicità canadese, ne traccia un ritratto perfetto:

Ha debuttato nel 2003 nel ruolo di George-Michael Bluth, il teenager disadattato, nella sitcom della Fox Arrested Development (in italiano conosciuta anche come Ti presento i miei…, ndr), per poi partecipare a una serie di film, da Superbad a Juno, passando per Nick & Norah – Tutto accadde in una notte, che l’hanno consacrato come personaggio dolcemente impacciato, adorabile, tenero e neurotico allo stesso tempo: un volto che il pubblico trova molto divertente. Se ogni periodo è rappresentata da un certo tipo di sensibilità […] questo momento storico appartiene indubbiamente a Cera e alla sua tipologia.