L’orecchino di Nichi Vendola

Giovanni Valentini di Repubblica lo lancia come tema di campagna elettorale, e chiede al governatore di toglierselo

"Un gesto simile gioverebbe alla sua immagine e alla sua credibilità di aspirante premier, sottraendo un argomento o un pretesto polemico ai suoi avversari interni ed esterni"

Benché l’eventuale crisi di governo sia ancora tutta da vedere, benché le conseguenti elezioni anticipate siano lontane da concretizzarsi, benché le primarie del Partito Democratico siano formalmente non previste, benché le chances di vincerle di Nichi Vendola siano al momento inquantificabili, oggi Giovanni Valentini – prima di andare in vacanza, come annunciato in fondo all’articolo – dedica la sua rubrica del sabato su Repubblica alla discussione seria e argomentata di un possibile tema della campagna elettorale eventuale di Vendola: ovvero il suo orecchino.

L’orecchino di Vendola è un segno distintivo, un simbolo alternativo. A parte l’omosessualità dichiarata, il governatore pugliese incarna la massima discontinuità che si può riscontrare oggi nello schieramento di centrosinistra: proviene dalla matrice ideologica comunista, è un cattolico praticante e per di più è appunto un leader politico meridionale con un impegno fortemente caratterizzato in senso meridionalista. Una specie di anticristo, insomma, apparentemente sfavorito in particolare presso l’elettorato settentrionale.

Secondo Valentini l’orecchino di Nichi Vendola non è però solo un tratto sociologico e di comunicazione da studiare in un candidato, come la calvizie di Berlusconi o i panciotti di Di Pietro: elementi accessori dell’immagine di un politico. È proprio un elemento di programma possibile, nel senso che Vendola dovrebbe toglierlo.

Che cosa c’entra dunque l’orecchino con la sua aspirazione a guidare il governo nazionale? Quale valore può avere un simbolo del genere rispetto a una tale carica istituzionale, agli occhi di un’eventuale maggioranza di centrosinistra e ancor più di un’eventuale opposizione di centrodestra? Non c’è il rischio che venga strumentalizzato dai suoi rivali e denigratori? E infine, esistono nel mondo occidentale altri premier, più o meno progressisti, che sfoggiano un monile del genere?
Pur riconoscendo a Vendola «intelligenza, sensibilità, cultura, maturità, umana simpatia, esperienza», doti a cui si potrebbero aggiungere un’autentica passione civile e una straordinaria capacità oratoria, lo scrittore Giampaolo Rugarli ha osservato recentemente sulla Gazzetta del Mezzogiorno, quotidiano di Bari: «Se rinunciasse all’orecchino, sarebbe perfetto: un grande leader non ha bisogno di ciondoli, brilocchi e pendagli». A 52 anni, con una carriera parlamentare alla spalle e due mandati da governatore, quell’orecchino non aggiunge più nulla all’icona mediatica di “Nichi, il rosso”. Né, a questo punto, può togliere niente alla sua figura carismatica, ove mai decidesse di smetterlo.

Ma l’analisi di Valentini – ex direttore dell’Espresso e commentatore fisso di Repubblica – non si limita a segnalare la proposta letteraria fatta da altri, ma decide di aderirvi dalle pagine del maggiore quotidiano della sinistra italiana, quello che potenzialmente – anche se il peso dei giornali sull’opinione pubblica italiana è piuttosto discusso – potrebbe “fare” il leader del centrosinistra italiano (con Franceschini però fallì). Repubblica, di fatto, chiede oggi a Nichi Vendola di togliersi l’orecchino, se vuole guidare il paese.

C’è da pensare, anzi, che oggi un gesto simile gioverebbe alla sua immagine e alla sua credibilità di aspirante premier, sottraendo un argomento o un pretesto polemico ai suoi avversari interni ed esterni. Se l’orecchino era la metafora di una originaria “diversità”, adesso la scelta di abbandonarlo potrebbe contribuire a trasmettere una nuova “narrazione” – per usare un termine molto frequente nella trascinante retorica di Vendola – del suo personaggio pubblico. Per così dire, più “governativo” e meno alternativo; più affidabile e meno “rivoluzionario”.

Certo: c’è innanzitutto una questione di cultura politica, di idee, di programmi da definire. Ma ormai Nichi Vendola non ha più bisogno di apparire “diverso”; di ostentare il fatto di essere un ex comunista, cattolico e gay. Eppure, alle prossime elezioni, quell’orecchino può valere – per lui e per tutto il centrosinistra – molti voti in più o in meno.

Se ne parlerà, vedrete.