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Quelli che online non ci vanno

Perché i Beatles e Harry Potter stanno ancora alla larga dalla distribuzione digitale

Negli ultimi anni l’economia dell’informazione digitale ha rivoluzionato i sistemi di produzione tradizionali, ribaltando il mercato e portando in rete qualunque impresa, dalle grandi multinazionali alla pescheria all’angolo col suo sito dedicato. Eppure esistono ancora dei brand che si rifiutano di andare online, baluardi tenaci dell’economia ante bit, indifferenti ai ricavi del nuovo mondo. È il caso dei Beatles e di Harry Potter, per esempio. Raccontati dall’Economist di questa settimana.

La pubblicità online vale tuttora molto meno di quella della tv e della carta stampata. E poi è difficile convincere le persone a pagare per accedere a contenuti digitali. E i prodotti digitali possono essere meno belli di quelli fisici e tangibili. Sono lamentele molto diffuse nell’industria dei media, ma che ormai si scontrano col fatto che la distribuzione digitale permette di raggiungere audience enormi a bassissimo costo. Per di più, rifiutarsi di andare online è un fattore che sicuramente aliena le simpatie di molti potenziali consumatori. Allora, perché continuare?

Secondo l’Economist non si tratta di semplice tecnofobia. “Discovery Communications” è stato uno dei primi ad adottare i nuovi standard dell’alta definizione e del 3-D. Eppure si rifiuta di mettere i propri programmi online. Anche “Take a Break”, il quarto magazine per diffusione in Gran Bretagna, non mette online neanche una delle sue storie, pur conducendo forum e gruppi di discussione digitali con i suoi lettori.

Una delle cose che hanno in comune queste aziende è che vendono pochi diritti sussidiari. Discovery è un raro esempio di tv americana che ricava pochissimi soldi dal merchandising o da altri spin off. Per i Beatles, che non esistono più, le vendite dei dischi non servono a trainare più persone ai loro concerti, come accade invece alla maggior parte dei gruppi di oggi. I settimanali femminili tendono a contare totalmente sulle vendite in edicola e uno dei principali vantaggi della vendita online – la possibilità di vendere abbonamenti – non ha nessuna presa su di loro. Ok, internet rende i contenuti disponibili universalmente. Ma molte di queste aziende lo sono già. Il primo album dei Beatles è tuttora l’album che ha venduto più copie in America e i libri di Harry Potter hanno già venduto più di 400 milioni di copie in tutto il mondo.

Ma secondo l’Economist si tratta di una scelta che sarà comunque destinata a ridimensionarsi. Proprio perché queste aziende sono così poche e così grosse, i loro patrimoni sono estremamente appetibili: qualsiasi società tecnologica riesca a persuadere l’etichetta dei Beatles ad andare online otterrà dei ricavi immensi. Le violazioni del copyright poi forniscono un’altra buona ragione: i prodotti di queste aziende sono di fatto già online, in molti casi in maniera illegale. E questo sembra che le stia convincendo della necessità di guardare più da vicino alla distribuzione digitale. Il rappresentante di J.K.Rowling – la scrittrice della saga di Harry Potter – ha ammesso che rifiutarsi di avere una versione ebook dei libri non è la migliore scelta per combattere la pirateria.