I segreti di Maxwell Sim

È uscito il nuovo romanzo di Jonathan Coe, ve ne proponiamo otto pagine

Quindici anni fa la scrittura leggera e spiritosa di Jonathan Coe, e la sua capacità di raccontare personaggi e sentimenti moderni, molto inglesi, lo fece diventare lo scrittore del momento e gli guadagnò un gran culto. Erano i tempi de La famiglia Winshaw, e poi de La casa del sonno. C’erano lui e Nick Hornby, a eccitare i lettori curiosi delle cose britanniche. Poi ha scritto ancora altri libri divertenti, ma senza rinnovarsi molto, e forse sono anche cambiati i tempi: La banda dei brocchi, Circolo chiuso, La pioggia prima che cada.

Adesso è uscito il suo nuovo libro, I terribili segreti di Maxwell Sim, edito ancora da Feltrinelli. Fatevene un’idea.


Due ore dopo, verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ora di Sydney, stavo bevendo il mio secondo bicchiere di champagne, in attesa del decollo, contemplando i piaceri del viaggio che mi aspettava. Avevo un posto vicino al corridoio; quello di fianco a me, accanto al finestrino, al momento era ancora vuoto. I sedili erano larghi e ben imbottiti, e avevo un sacco di spazio per le gambe. Provai un piacere quasi sensuale al pensiero dei lussi che potevo aspettarmi. Tredici ore fino a Singapore: la cena, innaffiata da alcuni bicchieri di champagne, più di cinquecento film e spettacoli televisivi in attesa per me sulla consolle d’intrattenimento, e forse un sonnellino da qualche parte

lungo il tragitto. Poi un paio d’ore di scalo all’aeroporto di Singapore, la sistemazione su un altro aereo, un whisky abbondante, un paio di sonniferi, e mi sarei spento come una lampadina fino all’arrivo a Heathrow, il mattino dopo. Non poteva andarmi meglio.

Almeno così avrebbe dovuto andare. Il problema, come ho detto, era che vedere la donna cinese e la figlia la sera prima aveva inaspettatamente risvegliato il mio bisogno di contatto umano. Volevo parlare. Lo desideravo con tutte le mie forze.

Nessuna sorpresa, dunque, che quando un uomo d’affari pallido e sovrappeso, con un leggero completo grigio, si strizzò contro le mie gambe con un vaghissimo cenno di scuse e si sistemò sul sedile accanto al finestrino, provassi un bisogno insopprimibile di trascinarlo in una conversazione. Era un bisogno mal indirizzato, devo ammettere. Se la mia esperienza di venditore mi aveva insegnato qualcosa, dopo tanti anni, era a leggere i volti delle persone, per cui avrebbe dovuto risultarmi evidente che questo sconosciuto riservato e dall’aria diffidente non era molto interessato a parlare con me, e avrebbe preferito di gran lunga essere lasciato in pace con i suoi giornali e il suo computer. Ma la verità, suppongo, è che l’avevo capito perfettamente, ma scelsi di ignorarlo.

L’uomo d’affari ci mise un paio di minuti a mettersi comodo sulla sua poltrona. Una volta sistemato, si rese conto di

aver lasciato il computer in una custodia dentro la cappelliera, per cui dovette alzarsi di nuovo e ci furono altri tira e molla un po’ansimanti prima che entrambi tornassimo a sederci ai nostri posti. Allora lui aprì il suo portatile e cominciò a battere furiosamente sui tasti. Dopo circa cinque minuti, smise di digitare, rilesse rapidamente le parole sullo schermo, premette un tasto con gesto deciso, quasi teatrale, poi sospirò e si rilassò contro lo schienale, ansimando leggermente mentre il computer si spegneva. Girò la testa verso di me, senza guardarmi direttamente; ma il gesto fu sufficiente. Lo presi come un invito a lanciarmi nella conversazione, anche se lui non lo aveva inteso così.

“Tutto fatto?” dissi.

Lui mi lanciò un’occhiata inespressiva, palesemente sorpreso di essere stato interpellato. Per un attimo pensai che

non avrebbe detto niente, ma poi riuscì ad articolare uno striminzito:

“Mmh… mmh”.

“E-mail dell’ultimo minuto?” azzardai.

“Già.”

L’accento sembrava australiano, anche se era difficile stabilirlo basandosi solo su un “Mmh… mmh”e un “Già”.

“Sa cosa mi piace degli aerei?”continuai imperterrito. “Sono l’ultimo posto che ci rimane in cui possiamo essere totalmente irraggiungibili. Totalmente liberi. Nessuno può telefonarti o mandarti un sms su un aereo. Una volta che sei in aria, nessuno può spedirti un’e-mail. Almeno per qualche ora, sei lontano da tutto questo.”

“È vero,”disse l’uomo. “Ma non per molto, ancora. Ci sono già alcune linee aeree che consentono di inviare la posta e navigare in rete sul proprio computer anche in volo. E pare che presto permetteranno l’uso dei cellulari. Personalmente, quello che a lei piace dei voli in aereo è esattamente la cosa che io detesto. È tempo morto. Completamente morto.”

“Non proprio,”dissi. “Significa solo che, se vuoi comunicare con qualcuno durante un volo, devi farlo direttamente. Cioè parlando, capisce? È un’occasione per conoscere altra gente. Gente nuova.”

Mentre lo dicevo, lui mi guardò. Qualcosa nella sua occhiata mi disse che fare la mia conoscenza era una chance che si sarebbe lasciato sfuggire senza l’ombra di un rimpianto. Ma il secco rifiuto che mi aspettavo non arrivò. Invece, mi tese la mano e disse bruscamente:

“Mi chiamo Charles. Charles Hayward. Gli amici mi chiamano Charlie”.

“Maxwell,”risposi. “Max, per abbreviare. Maxwell Sim. Sim, come l’attore.”Lo dicevo sempre quando mi presenta-

vo, ma di solito, a meno che non stessi parlando con un inglese di una certa età, il riferimento cadeva nel vuoto e dovevo aggiungere: “Oppure Sim, come in Sim card”.

“Piacere di conoscerla, Max,” disse Charlie; poi prese il giornale, si girò e si mise a leggerlo, iniziando dalle pagine finanziarie.

Eh no, non va bene. Non si può star seduti vicino a qualcuno per tredici ore filate e ignorarlo completamente, vi pare? Non tredici ore in realtà, ma ventiquattro –perché avevo notato dalla carta d’imbarco sul suo tavolino che Charlie e io saremmo stati vicini anche nella seconda tratta del volo. Semplicemente, sarebbe stato disumano starsene seduti in silenzio per tutto quel tempo. Però ero sicuro che, se mi fossi impegnato a fondo, sarei riuscito a farlo uscire dal suo guscio. Adesso che ci eravamo scambiati qualche parola, mi accorsi che non era poco amichevole in sé e per sé, solo parecchio stanco e stressato dal lavoro. Doveva essere sui cinquantacinque anni, e durante la cena mi raccontò che era cresciuto a Brisbane e ora occupava una posizione di rilievo nella sede di Sydney di una multinazionale che stava accusando qualche difficoltà finanziaria. Suppongo fosse questo il motivo per cui non viaggiava in Business class. Era diretto a Londra per consultarsi sulla crisi con alcuni degli altri dirigenti: naturalmente, non specificò quali fossero le difficoltà finanziarie (perché avrebbe dovuto dirlo proprio a me?), ma a quanto pareva era tutto legato al leverage, o leva finanziaria che dir si voglia. La sua compagnia aveva acquisito dei mutui che erano troppo o troppo poco a leva, o qualcosa del genere. A un certo punto, cercando di spiegarmelo cominciò ad animarsi, e pensai che ci fosse una possibilità che diventasse davvero loquace, ma quando si rese conto che non sapevo niente di leverage e di derivati e non avevo una conoscenza reale di nessuno strumento finanziario più complicato di uno scoperto bancario o di un conto di deposito, parve perdere ogni interesse nella mia persona, e da quel momento divenne sempre più difficile ottenere da lui qualcosa di più di qualche parola smozzicata.

Non fu di alcun aiuto che cenando avesse bevuto parecchi bicchieri di champagne e non so più quante birre, anzi cominciava ad avere un’aria ancor più sfinita di prima. L’altro problema era che più lui diventava taciturno, più io parlavo e, come se fossi terrorizzato dalla possibilità del silenzio tra noi, cominciai io a diventare loquace, logorroico persino, e pensai bene di sommergere la mia nuova conoscenza sotto una valanga di confessioni e confidenze che –ne sono sicuro – dovettero sembrargli noiose, se non imbarazzanti.

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