• Italia
  • domenica 27 giugno 2010

Colpiti dalla camorra, abbandonati dallo Stato

A causa del racket della camorra, da imprenditori di successo ora gli Orsino vivono di carità

La coppia ha scritto ai giornali minacciando di fare esplodere la loro casa, la Stampa ha deciso di raccontarne la storia

Nel 1992, Luigi e Giuseppina Orsino erano due imprenditori a cui le cose andavano particolarmente bene. Cinque negozi — due di mobili e tre d’abbigliamento —, una casa in via San Sebastiano a Napoli, una villa a Diamante, un loft a Roccaraso e una barca di dieci metri. Di lì a poco, però, la camorra si sarebbe interessata ai loro affari e tra estorsioni e minacce li avrebbe portati dove sono ora, sul lastrico, costretti a “vivere letteralmente di carità”. Dopo essere stati abbandonati dallo Stato in seguito alla loro denuncia del racket, i due coniugi hanno deciso di scrivere una lettera ai giornali, minacciando di far esplodere la propria casa in caso un ufficiale giudiziario venga a chiederne lo sfratto. La Stampa ha deciso di raccontare la loro storia.

Luigi e la moglie Giuseppina, 56 e 51 anni, aspettano con le persiane serrate l’ufficiale giudiziario che da un giorno all’altro verrà a cambiare la serratura della villa in cui vivono dal 1979, come se trincerarsi dentro l’ultima delle proprietà rimasta loro dopo l’assedio di camorristi, usurai, creditori, ritardasse almeno un po’ la consapevolezza d’aver perduto la guerra cominciata 18 anni fa. «Non finiremo a rovistare nella spazzatura, c’è un limite all’umiliazione della dignità umana: se vengono a buttarci fuori ci facciamo saltare in aria» dice Luigi, camicia gialla e jeans lisi, seduto nel salone senza più quadri né suppellettili dove un paio di computer Ibm Ps2 e un sofisticato mangianastri d’epoca pre-cd rivelano il momento esatto in cui le sue finanze, fino ad allora cospicue, hanno smesso di prosperare.

Inizia tutto con la proposta di un “amico” di acquistare una proprietà ad Ercolano, che un parente degli Orsino gli aveva venduta per saldare un debito. Luigi, “per non lasciare in mezzo alla strada quel poveretto”, paga subito 130 milioni di lire in contanti. La camorra se ne accorge, e dopo una settimana manda due uomini a chiedere il pizzo. Luigi sentiva di poter affrontare le richieste economiche — e la legge a sostegno degli imprenditori sotto usura sarebbe arrivata solo sette anni dopo — ma la cifra del “dazio” sale sempre di più: 5, 10, 15 milioni al mese. Contemporaneamente crescono anche le minacce, che culminano in mitragliate contro le vetrine dei loro negozi, e il giardino di casa. Il cane di famiglia, Dark, viene ucciso.

Torna in scena l'”amico” da cui è iniziato tutto, che si scopre essere uno strozzino: dopo aver consigliato a Luigi di non opporsi ai Vollaro, la famiglia camorrista, gli propone un prestito con il 300% di interessi. Passano 12 anni in cui le cose, tra le estorsioni della camorra e gli interessi agli strozzini, precipitano. Gli Orsino vedono crollare il proprio patrimonio, licenziano 19 dipendenti, e sotto minaccia firmano finti atti di traferimento delle loro proprietà di Ercolano, Diamante e Roccaraso.

“Impossibile opporsi. Un pomeriggio dopo che avevano minacciato mio figlio all’uscita da scuola mi portano a casa del boss Vollaro, un tipo con la vestaglia di seta e i capelli impomatati. Ho preso schiaffi, pugni, sono stato gettato dalle scale, nel 2001 ho avuto un infarto e oggi ho 3 bypass. Pensavo che denunciando, come mi incoraggiava a fare lo Stato, sarei riemerso, invece sono solo”.

Gli Orsino decidono di rivolgersi alla procura di Nola per denunciare il racket, ma le procedure legali di pignoramento e bancarotta sono già avviate, e sono più veloci del sostegno dello Stato.

Le banche chiudono i conti degli Orsino, i fornitori ricorrono al pignoramento, il listino dell’asta fallimentare svende negozi e case compresa l’ultima […] venduta il 13 ottobre scorso nonostante, grazie all’associazione antiracket di Portici, la Prefettura avesse avviato la procedura di sospensione del sequestro prevista dalla legge 44. Causa burocrazia, l’ok arriva il 25 novembre: troppo tardi per il giudice che, a discrezione, ordina agli ufficiali giudiziari di procedere. Fosse vissuto a Londra, meno di tre ore d’aereo a nord della stessa Europa, sarebbe bastato che Luigi Ursini dichiarasse bancarotta per lasciarsi i creditori alle spalle e ripartire. Qui gli resta solo di raccomandarsi al Paternostro che sta nei cieli perché gli rimetta i suoi debiti. Almeno lui. Luigi stringe a se la moglie che una volta a settimana accompagna le vecchine in chiesa per 5 euro l’ora: «Se un imprenditore sbaglia investimento è colpa sua, ma quando cade perché la criminalità controlla il territorio al posto dello Stato è diverso. Avrei voluto poter lavorare come fossi nato a Bergamo o a Torino». Ma è nato sotto il Vesuvio e , giura, ci resterà: «Con gli ultimi soldi ho comprato due taniche di benzina, se siamo condannati a morte, facciamo da soli».

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