“Corifei e turiferari”

Repubblica attacca in prima pagina la nomina di Aldo Brancher a ministro

"Ministro senza incarico, senza missione, senza alcuna utilità per il Paese"

Non che la guerra di Repubblica contro il Presidente del Consiglio sia cosa nuova, né che si sia mai sopita dai giorni dell’escalation partita col caso Noemi. Ma oggi il quotidiano affida a Giuseppe D’Avanzo – il vicedirettore che era stato a lungo assente da questo fronte dopo esserne stato uno dei protagonisti – un editoriale che si fa largo in prima pagina tra le disgrazie della nazionale di calcio e attacca con violenza la nomina a ministro di Aldo Brancher da parte del governo Berlusconi.

La notizia – di ieri – è che la difesa di Brancher ha depositato un’istanza per chiedere l’applicazione del legittimo impedimento per il processo che riguarda il ministro, senza por tempo in mezzo e a neanche una settimana dal suo giuramento, dando impudicamente molte ragioni a chi sostiene che la nomina sia avvenuta per sottrarre Brancher al giudizio del tribunale. Cominciando a smentire la sua volontà di affrontare il processo esibita l’anno scorso (“in un certo senso, sono quasi contento: almeno adesso spero si possa chiarire questa vicenda. Sono ormai quattro anni che questa vicenda va avanti, senza che io sia mai stato sentito in qualsiasi modo dai magistrati”). la settimana scorsa Brancher aveva a questo proposito vagamente detto:

«Non ho ancora parlato con i miei avvocati, ma è chiaro che avrò abbastanza da fare»

Evidentemente deve averci parlato nel weekend. E ieri a Repubblica hanno deciso di fare energicamente proprie le critiche dei giorni scorsi contro la nomina con un violento ritratto del ministro che mira al PresdelCons.

C’è questo signore, Aldo Brancher. Non se ne apprezza un pregio. Si sa che è stato assistente di Confalonieri in Fininvest. Con questo ruolo, tiene i contatti con socialisti e liberali nella prima repubblica. Detto in altro modo, è l’addetto alla loro corruzione. Il pool di Milano documenta nel 1993 che Brancher elargisce 300 milioni di lire al Psi e 300 al segretario del ministro della Sanità liberale (Francesco De Lorenzo) per arraffare a vantaggio della Fininvest un piano pubblicitario dello Stato.

“L’addetto alla loro corruzione” è una formula piuttosto inusitata per definire un ministro nelle grandi democrazie occidentali. Ma D’Avanzo ha appena cominciato, e la sua ricostruzione dei fatti non ha nulla da invidiare in sostanza e forma a quelle abituali del Fatto.

Lo arrestano. Resta tre mesi a san Vittore. Non scuce una frase. Condannato in primo grado e in appello per falso in bilancio e finanziamento illecito, vede la luce in Cassazione grazie alla prescrizione del secondo reato e alla depenalizzazione del primo corrette, l’una e l’altra, dalle leggi “privatistiche” del governo Berlusconi. Il salvataggio del Capo e della Ditta gli vale, a titolo di risarcimento, l’incarico di messo tra il partito del presidente e la Lega di Bossi, uno scranno in Parlamento, un seggio di sottosegretario di governo. E da qualche giorno anche di ministro. Ministro senza incarico, senza missione, senza alcuna utilità per il Paese. Un ministro talmente superfluo che gli cambiano anche la delega dopo la nomina.

D’Avanzo spiega a questo punto come sia evidente “anche agli ingenui” la “misteriosa” ragione della nomina di Brancher, ovvero la ricompensa per la sua lealtà in forma di sottrazione al processo che lo riguarda. E senza rinunciare alla citazione del cavallo senatore (ormai infiacchita dall’uso e dai precedenti: un cavallo senatore stupirà in pochi, quando lo vedremo) tira le somme.

Voglio dire che quel che abbiamo sotto gli occhi con il caso Brancher è nitido: il cesarismo, il bonapartismo, il peronismo – chiamatelo come volete – di Silvio Berlusconi non riconosce alle istituzioni, alle funzioni pubbliche dello Stato alcuna oggettività, ma soltanto la soggettività che egli – nel suo potere e volontà – di volta in volta decide di assegnare loro. Il governo è suo, di Berlusconi, perché il popolo glielo ha dato e così del governo ci fa quello che gli pare. Se vuole, lo trasforma – come per Brancher – in una casa dell’impunità per corifei e turiferari. Quel che l’affaire illumina è il lavoro mortale di indebolimento delle istituzioni. Di quelle istituzioni nate per arginare l’abuso e l’istinto di sopraffazione, per garantire sicurezza e stabilità, diffondere fiducia e cooperazione e diventate, nella democrazia plebiscitaria del signore di Arcore, strumento inutile, ferro rugginoso e inservibile.

In chiusura, l’articolo di Repubblica muove un attacco più “politico” agli atteggiamenti di una parte della sinistra, rivendicando la priorità dell'”antiberlusconismo” su qualunque altra strategia politica.

L’affaire Brancher conferma che non c’è altra strada che contrastare il berlusconismo se si vuole proteggere il Paese e le sue istituzioni da una prova di forza pre-politica, fuori delle regole che ci siamo dati. È anche questo il caso Brancher, una prova di forza. Che toccherà non solo all’opposizione contrastare. Fini, la Lega, i soliti neutrali potranno subirla senza mettere in gioco la rispettabilità di se stessi?

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