• Cultura
  • mercoledì 23 giugno 2010

Cercasi spettatore di Toy Story 3 a cui non sia piaciuto

Alla fine degli anni '90 la Pixar ha cominciato ad introdurre nei suoi film temi sempre più delicati e commoventi, raggiungendo il massimo dell'effetto oggi con Toy Story 3

Secondo i recensori americani, piangere durante la proiezione è praticamente inevitabile

Secondo il settimanale americano Entertainment Weekly, i lettori che non abbiano pianto durante la visione di Toy Story 3 sono disumani. E  dopo il primo week end di programmazione del film nelle sale americane il giornale ha lanciato un sondaggio dal titolo Toy Story 3: did you cry?

Queste le risposte possibili:

1. No, sono un robot
2. Sì, una volta
3. Sì, due volte
4. Sì, Ho perso il conto delle volte.

A 11 anni di distanza da Toy Story 2,  il terzo episodio ha sbalordito gli scettici con un debutto da record.  Uscito lo scorso venerdì negli Stati Uniti (l’arrivo in Italia è previsto per il 7 luglio), Toy Story 3 ha incassato in tre giorni 109 millioni di dollari. È la cifra più alta mai raggiunta dalla Pixar nel primo weekend: una partenza notevolissima, considerata la stagione cinematografica abbastanza fiacca, fino ad ora.

Non sono soltanto gli incassi a superare le previsioni. A sorprendere di più sono soprattutto i giudizi della critica:  tutte le recensioni scritte dal giorno dell’anteprima a oggi sono entusiastiche ed unanimi, tanto che oggi Toy Story 3 raggiunge il 100% di consensi su Rottentomatoes. L’universale entusiasmo fa risaltare le uniche due recensioni negative sulle centoquarantanove consultate da Time, e le fa sembrare una stranezza da snob: l’articolo dedicato agli unici due critici che non hanno apprezzato il film è intitolato (citando il famoso titolo di un disco di Elvis) “147 critici non possono avere torto: Ecco chi sono i due sapientoni che hanno stroncato Toy Story 3”, e risponde sarcasticamente a Cole Smithey ed Armond White che hanno sostenuto che “Toy Story 3 non è certamente all’altezza di Transformers 2”.

Insomma, trascurabili eccezioni a parte, il film della Pixar si prepara a piacere davvero a tutti: “il film dell’anno”, si legge già in molti articoli. Nicole LaPorte, su The Daily Beast, spiega i motivi del successo.

Toy Story 3 non solo è senza dubbio un film che valeva la pena produrre e che decisamente ha beneficiato della lunga attesa, ma è anche un prodotto che mostra l’evoluzione della Pixar stessa.

Il primo Toy Story, sottilmente ironico ed intelligente come tutti i film della Pixar, era soprattutto un film sull’amicizia, un tema convenzionale in un film per bambini, anche se deve comunque aver posto qualche problema in fase di elaborazione.

ll film era stato dichiarato all’inizio un irrecuperabile disastro, e non avrebbe visto la luce se Jeffrey Katzenberg, allora supervisore per l’animazione alla Disney, non avesse suggerito a Lasseter (direttore artistico della Pixar) di ispirarsi ai vecchi film classici con coppie di opposti come 48 ore e La parete di fango con Sidney Poitier e Tony Curtis. Per questo vediamo il cowboy vecchio stile Woody e lo space ranger Buzz Lightyear entrare temporaneamente in contrasto (ideologicamente ed esteticamente, anche se mai eticamente) per poi scoprirsi ottimi amici, dopo essere sopravvissuti al necessario numero di imprese fisiche e morali tribolazioni.

È a partire dal 1999 e da Toy Story 2, però, che la Pixar comincia ad introdurre nei suoi lungometraggi temi meno pacifici per i bambini, come la morte, l’abbandono, la solitudine, che coinvolgono anche gli adulti. Guardare la scena di Toy Story 2 in cui è rievocato l’abbandono della cowgirl Jessie lascia distrutti quanto Jessie.

È questo il nucleo da cui si sono sviluppati, ad esempio, film Up, la cui delicata sequenza iniziale è dedicata al protagonista vedovo che ricorda della vita con la moglie,  ed introduce temi (la morte, l’impossibilità di una donna di avere dei figli) che un bambino fa piuttosto fatica a capire, e che molti genitori preferirebbero non dover spiegare ai loro figli.

Toy story 3, stando alle recensioni si spinge ancora più in là. La morte non è trattata soltanto come un’idea metafisica, ma è qualcosa che i giocattoli devono affrontare con coraggio, e sconfiggere (siamo comunque in un film della Pixar dove il cattivo è un orsetto profumato alla fragola di nome Lotsa) nella scena finale, che non vi raccontiamo.

Però, come dice LaPorte:

se a questo punto non siete ridotti ad un disastro singhiozzante, siete voi che non siete umani.

Owen Gleibermann, su Entertainment Weekly, ha addirittura rassicurato gli uomini, dicendo che piangere per Toy Story 3 va bene.

Willa Paskin, su Vulture, poi, fa una rassegna delle principali recensioni pubblicate, suddividendole in quattro categorie, da Zero Lacrime (nel caso non avvertano della possibilità di piangere), a Quattro Lacrime (assegnate alle recensioni che avvertono che subito dopo il film è necessaria una sessione di re-idratazione).
https://www.youtube.com/watch?v=NIiwNVRJ_mo

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