Il ministro Scajola e lo “spallone tunisino”

Il ministro Scajola intervistato da diversi quotidiani si dice estraneo ai fatti

Un faccendiere di Anemone sta raccontando i suoi rapporti con alcuni ministri, tra questi Lunardi

Sui giornali di oggi questa è la giornata del ministro Scajola, che ha dato interviste – tutte un po’ diverse, tutte un po’ uguali – a Repubblica, alla Stampa, al Giornale e a Libero. La cosa ha un effetto ridondante anche nei titoli di prima pagina. Libero: “La verità di Scajola”. Repubblica: “Scajola: Ecco la mia verità”. Il Giornale: “Scajola: Vi spiego tutto”. In tutte le interviste il ministro per le attività produttive dice sostanzialmente due cose: la prima è che non ha nulla a che vedere con le accuse che gli vengono mosse e i famosi ottanta assegni non li ha mai visti. La seconda è che non ha alcuna intenzione di fare “come ai tempi del caso Biagi“, quando rassegnò le dimissioni dal suo incarico di governo.

Chi dice che sia stato a conoscenza o addirittura che sia stato il portatore di questi assegni il giorno del rogito, mente. Sono pronto a un confronto faccia a faccia con chiunque insistesse con questa menzogna. E posso sin d’ora assicurare che farò tutti i passi necessari a tutela della mia onorabilità. Insisto: alla stesura del rogito ho pagato la somma pattuita di 610mila euro con mutuo acceso con il Banco di Napoli, questo è tutto. Voglio dirlo chiaro e forte: non ho mai ricevuto denaro da Anemone, da suoi intermediari o da chiunque altro. […] E perché dovrei dimettermi? Io sono una vittima di questa situazione! Chiedo io per primo che si faccia piena chiarezza perché ho la coscienza a posto e sono certo che non emergeranno responsabilità a mio carico. Per questo non farò come nel caso Biagi, non lascerò il governo. Altro che dimissioni! Sembrerei ammettere una colpa che non ho.

Intanto però l’inchiesta prosegue, e Carlo Bonini su Repubblica racconta la storia di Laid Ben Fathi Idri, ex collaboratore di Anemone che per suo conto teneva rapporti con un certo numero di personaggi pubblici di rilievo, tra cui alcuni ministri.

C’è un uomo che ha cominciato a raccontare i segreti del “sistema Anemone” e che ora, se possibile, trascina ancora più a fondo Claudio Scajola. In attesa che altri lo seguano. È l’uomo che, nel luglio 2004, consegna all’architetto Angelo Zampolini parte della provvista in contanti messa a disposizione dal costruttore Diego Anemone per l’acquisto della casa del ministro per lo Sviluppo Economico. E che, il 25 marzo scorso, ascoltato dai pm di Firenze, dice di sé e del mestiere nero che ha fatto per 15 anni: “Per conto di Diego Anemone e Angelo Balducci ho avuto, nel tempo, rapporti con soggetti importanti, alcuni dei quali ministri. A loro, per conto di Anemone e Balducci, consegnavo messaggi e buste”. Di quei ministri – per quel che Repubblica ha potuto verificare – fa per certo un nome: Pietro Lunardi, già responsabile delle Infrastrutture nel primo governo Berlusconi.

La storia di Fathi è notevole, e inizialmente arriva alle orecchie di Repubblica attraverso due lettere anonime.

La sua storia si affaccia un paio di mesi fa, con due lettere anonime scritte in un corsivo rotondo, incerte nell’italiano. Una indirizzata a Repubblica, l’altra alla Procura di Firenze. Il mittente dice di essere un amico fraterno di Fathi. Tunisino come lui. E di Fathi racconta la vita difficile. Spiega che chi vuole arrivare al cuore dei segreti di Anemone e Balducci deve trovarlo e convincerlo a parlare. I carabinieri del Ros di Firenze lo individuano l’ultima settimana di marzo e lo accompagnano in Procura. Fathi è spaventato. “Convincerlo a raccontare è stato come cavare il dente di un elefante”, riferisce una fonte inquirente. Il tunisino comincia dall’inizio. Fathi, un omone che supera il quintale, conosce Angelo Balducci a Roma, nel 1990. Lo incontra in un’agenzia immobiliare “Toscano” di via Salaria, dove lavora. E’ un colpo di fulmine e Fathi si ritrova tuttofare e autista personale di quel funzionario pubblico già potente, perché Provveditore delle Opere pubbliche del Lazio. […] Nel 2000, l’incontro con Diego Anemone, che gli viene presentato da Balducci. “I due sembravano essere in società”, spiega Fathi ai pm. E i due gli fanno fare il salto definitivo. […] Il suo lavoro è semplice. Lo spallone. Quando Anemone lo chiede, va in banca, preleva contante e lo consegna a chi gli viene indicato. Sono le famose “buste” di cui si dà atto nell’interrogatorio di Firenze. […] È certo che, nel luglio 2004, è Fathi a consegnare in Largo Argentina 500 mila euro all’architetto Zampolini. Il tunisino ha prelevato quel denaro in una prima banca, per poi cambiarlo in banconote di grosso taglio in un secondo istituto, in via Monteleone. Fathi e Zampolini si conoscono (“Zampolini faceva operazioni immobiliari per conto di Balducci e Anemone con intestazione ad altre persone”, racconta Fathi ai magistrati). E, come confermerà lo stesso architetto ai pm di Perugia, non è la prima volta che si incontrano (“Il contante di Anemone che dovevo cambiare in assegni circolari – riferisce Zampolini durante il suo interrogatorio – mi veniva normalmente consegnato dalla sua segretaria, dai suoi autisti, o da tale Fathi”). Sappiamo ormai a cosa serviranno quei 500 mila euro. Finiranno alla Deutsche bank di Largo Argentina dove, insieme ad altri 400 mila saranno trasformati nei famosi 80 assegni per casa Scajola, come lo stesso Zampolini spiega a Fathi.

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