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  • lunedì 19 Aprile 2010

Quando il New York Times attacca il New York Times

Nelle redazioni di molti quotidiani statunitensi esiste una figura tanto paradossale quanto sana: il public editor (o ombudsman). Il public editor è un editorialista, interno a una redazione, che ha l’obiettivo di controllare e denunciare gli errori e le omissioni del proprio giornale. Serve come intermediario con il pubblico, nel tentativo di proteggerlo e garantirgli la miglior informazione possibile.

Oggi, per esempio, Clark Hoyt ha criticato l’uso delle fonti anonime da parte del New York Times, il giornale per cui lavora. Hoyt scrive di aver ricevuto numerose critiche da parte dei lettori, e ne sottoscrive quasi sempre le lamentele. Consiglia alla propria redazione di smetterla di usare fonti anonime quando non sono necessarie, o quando c’è in giro la possibilità di avere fonti accreditate. Inizia poi un lungo excursus prendendo vari esempi più o meno recenti, del Times e di altri giornali, illustrando in ogni singolo caso dove fosse l’errore nell’uso delle fonti anonime. Le accuse di Hoyt non sono così gravi da creare un caso, e il New York Times non ha perso un briciolo di credibilità. Anzi. Sono proprio articoli come questo, e ruoli come il public editor, che rafforzano l’immagine e l’affidabilità delle testate d’oltreoceano.

Al Post un public editor non l’abbiamo ancora assunto — perché sì, è ancora troppo presto. Ma averne uno ci piacerebbe. Pensa le litigate.

PS: se anche voi, come noi, siete curiosi di sapere da dove arrivi la parola ombudsman, deriva da un antichissimo termine scandinavo che significa rappresentante. Umbuðsmann.