Il PD ha perso due milioni di voti?

Negli ultimi giorni in molti hanno scritto che alla elezioni regionali di domenica 31 maggio il PD ha perso due milioni di voti rispetto alle europee dell’anno scorso e secondo alcuni commentatori il partito è «tornato sotto i confini bersaniani», nel senso che ha ottenuto meno voti del PD guidato da Pierluigi Bersani alle elezioni politiche del 2013. Si tratta in entrambi i casi di dichiarazioni azzardate (e la seconda è del tutto sballata). La fonte di questi conti è uno studio dell’Istituto Cattaneo, un centro studi che si occupa principalmente di politica, i cui ricercatori hanno calcolato la differenza di voti ottenuta dai vari partiti tra le elezioni di domenica e le europee del 2014 e le politiche del 2013. Secondo l’Istituto Cattaneo:

Il Partito democratico (Pd), ha perso oltre due milioni di voti rispetto al 2014, ossia alle elezioni più vicine nel tempo (-2.143.003), ma la riduzione è significativa anche rispetto al 2013 (-1.083.557).

Questa è la frase da cui hanno preso spunto giornali e commentatori per dichiarare l’incredibile sconfitta del PD. Ma sarebbe bastato leggere la riga successiva per scoprire che:

Questa diminuzione è anche attribuibile al calo generale del livello di partecipazione. I dati del 2015 vanno considerati in virtù di un livello di partecipazione che si è notevolmente contratto rispetto alle consultazioni precedenti.

Cosa significa? Alle regionali, tendenzialmente, va a votare un numero di elettori molto inferiore rispetto alle politiche e a volte meno anche rispetto alle europee quindi non ha molto senso paragonare il numero assoluto di persone che sono andate a votare se, in primo luogo, il numero di elettori era molto inferiore. Vediamo cosa dice l’istituto nelle note metodologiche che accompagnano il comunicato stampa:

[..] In Liguria fra le elezioni europee del 2014 e queste regionali il Pd passa da 323.728 voti a 138.190, con un calo di 185.538 voti pari a – 57,3% dei voti presi nell’elezione precedente (facendo questi pari a 100). Tuttavia, a causa della crescita dell’astensionismo, i voti validi nel complesso sono passati da 10.273.489 a 7.372.975, con un calo di 2.900.514 voti, pari al -39,3%. Possiamo quindi dire che il calo del 46,6% del Pd può essere attribuito per il 33,8% al calo generale della partecipazione e per il 12,8% a una perdita aggiuntiva di questo partito. Una lettura “politica” del risultato dovrebbe tener conto di questa ripartizione.

In altre parole, in Liguria come in altre regioni, la perdita vera di voti del PD è stata più vicina al 10 per cento che al 50 per cento. Nel caso specifico della Liguria, in termini assoluti il PD ha perso circa 40 mila voti, non 185 mila. Forse se questo dettaglio era così importante per la lettura “politica” del risultato l’Istituto avrebbe dovuto inserirlo in un punto un po’ più visibile del suo comunicato. Comunque non è finita, perché c’è ancora un’altra grossa questione. Alle elezioni regionali si presentano sempre oltre alle liste dei singoli partiti anche le liste personali dei candidati presidenti di regione e, spesso, una piccola foresta di altre liste alleate.

Continuiamo con l’esempio della Liguria, dove le liste alleate al PD hanno preso 25 mila voti e la candidata presidente ha ottenuto circa 20 mila voti che non sono andati al PD (alle elezioni regionali è possibile votare un candidato senza votare nessuno partito). Questo significa che in tutto la coalizione del PD ha preso 45 mila voti che non sono andati direttamente al PD, ma che probabilmente torneranno al PD in caso di elezioni politiche. Qualche riga sopra abbiamo visto come in Liguria il PD abbia perso in termini assoluti proprio 40 mila voti. Anche volendo ammettere che non tutti i voti andati alle liste collegate o al candidato presidente si trasferiranno automaticamente al PD alle elezioni politiche, stiamo comunque parlando della perdita di poche migliaia di voti, non certo di un tracollo del 50 per cento.

Una situazione simile si ripete più o meno in tutte le regioni. Insomma, questo modo di contare i voti sembra piuttosto improprio: non solo non si tiene conto dell’astensione, che a livello nazionale riduce l’impatto della riduzione dei voti del PD da quasi il 50 per cento ad appena il 10 per cento. Ma tenendo conto delle liste collegate questo 10 per cento si riduce ulteriormente. Senza contare che alle elezioni regionali entrano in gioco dinamiche assenti nelle elezioni politiche, come ad esempio la forza del candidato presidente: ad esempio, è facile immaginare come un elettore veneto moderato di centro possa votare il candidato uscente della Lega Nord Luca Zaia alle regionali e poi alle politiche votare il PD piuttosto che scegliere la Lega Nord di Matteo Salvini. In conclusione: analizzare i numeri delle ultime elezioni ci mostra come il PD non sia riuscito a produrre dei candidati locali forti e questo è certamente un tema di riflessione. Utilizzarli per sostenere che i consensi del PD sono ritornati ai tempi di Bersani, invece, sembra davvero fuori luogo.

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