Un’isola disabitata in mezzo al Pacifico è la più inquinata del mondo

Le correnti oceaniche hanno portato oltre 18 tonnellate di rifiuti lungo la costa di Henderson, un tempo considerata un "paradiso naturale" dall'UNESCO

(Jennifer L. Laversa e Alexander L. Bond, via PNAS)

L’isola di Henderson, nel mezzo dell’oceano Pacifico meridionale, è uno dei posti più remoti della Terra: è disabitata, eppure è il posto con la più alta densità di rifiuti di plastica registrata. L’immondizia ha invaso le sue spiagge dopo essere stata spostata per migliaia di chilometri dalle correnti oceaniche, generate soprattutto dal “vortice del Pacifico meridionale”, una sorta di grande nastro trasportatore naturale dei rifiuti generati dall’attività umana. I ricercatori stimano che sulle coste di Henderson arrivino quotidianamente circa 3.500 frammenti e detriti di plastica, facendo aumentare di continuo la quantità di inquinamento sulla piccola isola, che ha una superficie di circa 36 chilometri quadrati.

In uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, un gruppo di ricercatori guidato da Jennifer L. Lavers dell’Università della Tasmania (Australia) scrive che sull’isola di Henderson si sono ormai accumulati almeno 38 milioni di pezzi di plastica di piccole e medie dimensioni, a un ritmo “veramente allarmante”. I rifiuti che arrivano sulle coste sono di ogni tipo: reti da pesca rotte, galleggianti, bottiglie e teli di plastica. Due terzi dei rifiuti non sono visibili, perché sono coperti da uno strato di 10 centimetri di sabbia, trasportata e ammassata dalle maree. I ricercatori spiegano che il livello di inquinamento non può essere valutato semplicemente osservando le coste dell’isola, perché molto materiale inquinante ha dimensioni inferiori ai 2 millimetri e, con il tempo, ha contaminato le spiagge in profondità.

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Lavers ha iniziato il suo studio dell’isola di Henderson nel 2015 insieme al collega Alexander Bond. Nei loro tre mesi di lavoro nella zona, hanno misurato la densità per metro quadrato dei rifiuti e hanno raccolto oltre 55mila campioni. In un centinaio di casi, i pezzi più grandi e meglio conservati hanno permesso di risalire al loro paese di origine, mappando quindi il percorso di migliaia di chilometri nell’oceano fatto prima di arrivare sull’isola. Lavers stima che lungo le coste si siano ormai ammassate 18 tonnellate di rifiuti di plastica, un record se si considera la superficie dell’isola.

La nuova ricerca conferma studi svolti in precedenza sull’inquinamento degli oceani e sulle grandi masse di rifiuti che ci galleggiano sopra, trasportate dalle correnti in giro per il mondo. Il “vortice del Pacifico meridionale” è noto da tempo, così come lo sono altri nell’Atlantico, ma finora non erano stati realizzati studi approfonditi per scoprire dove finisse parte dei rifiuti.

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L’isola di Henderson è stata considerata a lungo un “paradiso naturale”, tanto da essere un territorio sotto la protezione dell’UNESCO, che l’ha definita: “uno dei migliori esempi di atollo corallino, rimasto intatto grazie alla quasi totale assenza di attività umana”. Anche se nessuno vive sull’isola o ci si avvicina, il livello crescente di inquinamento degli oceani ha fatto sì che l’isola non sia più pulita e priva di inquinamento, nonostante si trovi nel mezzo dell’oceano.

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L’isola di Henderson, tra le altre cose, è conosciuta anche per via del naufragio della baleniera Essex (una delle fonti d’ispirazione di Herman Melville quando scrisse Moby Dick): dopo l’affondamento della nave, e dopo avere vagato su tre scialuppe alla deriva nell’oceano per un mese, parte dei 20 membri dell’equipaggio raggiunse l’isola il 20 dicembre 1820. I marinai trovarono una piccola fonte di acqua potabile e uccelli e granchi con cui nutrirsi, dopo settimane di stenti e digiuno. In una settimana finirono buona parte delle risorse che offriva l’isola e tutti, tranne tre, decisero di riprendere il mare e di fare rotta verso il Sudamerica con le loro scialuppe. In otto furono salvati il 23 febbraio 1821 a oltre tre mesi dal naufragio dell’Essex, per sopravvivere avevano estratto a sorte chi dovesse morire per consentire agli altri di cibarsene. I tre rimasti sull’isola di Henderson furono salvati quasi un anno dopo il naufragio dalla nave britannica Surry.

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