Conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri

Cosa succede ora con le province

No, non saranno “abolite”, ma cambieranno sostanzialmente a partire dal 2015 (e intanto non ci saranno elezioni provinciali in primavera)

Conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri

Giovedì 3 aprile la Camera ha convertito in legge il cosiddetto “Disegno di legge Delrio” (numero 1542-B) sulla riforma delle province, approvato dal Senato con qualche difficoltà lo scorso 26 marzo. Si tratta di una riforma di cui in Italia si parlava già da diverso tempo: la prima versione del disegno di legge era stata presentata ad agosto 2013 dall’allora ministro per gli Affari regionali Graziano Delrio (attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri), e poi approvata alla Camera il 21 dicembre scorso. Di “riduzione” delle province si era però già in parte occupato l’ex presidente del Consiglio Mario Monti fin dall’ottobre 2012, prima che la caduta del suo governo, a dicembre dello stesso anno, ne interrompesse il lavoro.

Nonostante una certa semplificazione e abbreviazione del contenuto della riforma nel dibattito pubblico, la legge non prevede una vera e propria “abolizione” delle province, ma piuttosto una loro riformulazione, con alcune grosse differenze rispetto ad oggi. Per abolire del tutto le province occorrerebbe una modifica degli articoli 114 e seguenti della Costituzione: servirebbe, in altre parole, eliminare tutti i riferimenti alle province (ma ci torniamo).

Da province a enti di secondo livello
Secondo la legge approvata dal Parlamento, i nuovi enti che sostituiranno le province a partire dall’1 gennaio 2015 sono enti di secondo livello, per i quali non ci saranno più elezioni dirette né per i presidenti né per le assemblee provinciali. Quindi le elezioni provinciali già fissate per il prossimo 25 maggio non si terranno e non saranno rinnovati 86 presidenti, 700 assessori, e 2.700 consiglieri.

Le province saranno sostituite da assemblee formate dai sindaci dei Comuni della provincia e da un presidente. Ci sarà anche un terzo organo, il consiglio provinciale, formato dal presidente della provincia e da un gruppo di 10-16 membri – in base al numero degli abitanti della provincia – eletti tra gli amministratori dei comuni della provincia.

Il presidente della provincia – che convoca e presiede il consiglio provinciale e l’assemblea dei sindaci – sarà eletto dai sindaci e dai consiglieri dei Comuni della provincia e resterà in carica quattro anni, a meno che nel frattempo non cessi la sua carica di sindaco (in quel caso è prevista la decadenza automatica da presidente, e nuove elezioni). Saranno eleggibili i sindaci della provincia il cui mandato non è in scadenza, cioè quelli distanti almeno 18 mesi dalla data delle elezioni: dovranno essere votati da almeno il 15 per cento degli aventi diritto di voto, e il voto è ponderato.

Il consiglio provinciale sarà eletto dai sindaci e dai consiglieri dei comuni della provincia e resterà in carica due anni; anche in questo caso è prevista la decadenza dalla carica nel caso in cui il membro del consiglio cessi dalla sua carica di amministratore. È prevista la presentazione di liste, che dovranno essere sottoscritte da almeno il 5 per cento degli aventi diritto di voto, e ciascuna di queste dovrà essere composta “da un numero di candidati non superiore al numero di consiglieri da eleggere né inferiore alla metà”.

Di cosa si occuperanno i nuovi enti
I nuovi enti continueranno a occuparsi di edilizia scolastica, tutela e valorizzazione dell’ambiente, trasporti, strade provinciali. Un’altra funzione sarà il “controllo dei fenomeni discriminatori in ambito occupazionale” e la “promozione delle pari opportunità sul territorio provinciale”. Tutte le altre competenze passeranno ai Comuni.

Nessun compenso
Sia il presidente della provincia che i membri del consiglio provinciale e dell’assemblea dei sindaci non percepiranno un compenso per questo incarico, e lavoreranno a titolo gratuito. Viene abolita l’indennità per i 52 presidenti di provincia in scadenza in primavera, il cui incarico sarà prorogato fino alla fine del 2014, come anche quello dei 21 commissari in carica nelle Province italiane commissariate per effetto della legge di stabilità. Nel complesso, si stima che questo processo produrrà un risparmio di centinaia di milioni di euro: per capirci, il costo di 1774 amministratori provinciali per il 2011 è stato di 111 milioni di euro, mentre la spesa presunta per le nuove elezioni provinciali – che non si terranno più – era stimata in 318,7 milioni di euro, di cui circa 118,4 a carico dello Stato.

Le città metropolitane
Dall’1 gennaio 2015 dieci amministrazioni provinciali italiane saranno sostituite da dieci cosiddette “città metropolitane”: sono Torino, Roma, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria (che diventerà città metropolitana nel 2016). Si calcola che in qui risiederanno circa 20 milioni di cittadini, e che i territori interessati rappresentano il 35% del PIL nazionale. Anche in questo caso ci saranno tre organi: il sindaco metropolitano, il consiglio metropolitano e la conferenza metropolitana, tutti svolti a titolo gratuito. Il sindaco sarà quello del Comune capoluogo, il consiglio sarà formato da 14-24 membri (in base alla popolazione) e durerà cinque anni, e la conferenza metropolitana sarà formata dai sindaci del territorio della provincia. Un’altra opzione è che i comuni della città metropolitana decidano di inserire nello Statuto – da redigere entro dicembre – l’elezione diretta del sindaco e del consiglio metropolitano con il sistema elettorale che sarà determinato con legge statale.

Tra le funzioni degli organi delle città metropolitane ci saranno l’organizzazione dei servizi pubblici, la mobilità e la viabilità, la pianificazione territoriale generale, la coordinazione dello sviluppo economico e sociale. Di fatto le città metropolitane avranno le funzioni fondamentali delle vecchie Province.

Fusione dei Comuni
La legge approvata giovedì scorso prevede anche l’unione e la fusione dei piccoli Comuni (in Italia il 75 per cento del Comuni ha una popolazione inferiore ai 5 mila abitanti), con l’obiettivo di ridurre i costi e fornire servizi migliori. Le Unioni potranno esercitare tutte le funzioni fondamentali dei Comuni, a cui si aggiungeranno quelle su anticorruzione, trasparenza e revisione dei conti. Senza alterare le spese, viene modificato il numero di consiglieri e assessori nei Comuni con meno di 10 mila abitanti: quelli con meno di 3 mila abitanti avranno 10 consiglieri e massimo 2 assessori (ora hanno solo il sindaco e 6 consiglieri); quelli con popolazione da 3 mila a 10 mila abitanti avranno 12 consiglieri e massimo 4 assessori. Anche per questi incarichi non è previsto compenso. Complessivamente ci saranno circa 24 mila posti in più nei Comuni.

Abolire completamente le Province
Come detto, l’abolizione completa delle Province presuppone una modifica della Costituzione, e si tratta di un processo piuttosto lungo. Occorre una legge che venga approvata per due volte da ciascuna Camera, e nella seconda lettura richiede almeno due terzi dei voti, altrimenti deve essere sottoposta a un referendum prima di entrare in vigore (senza quorum).

foto: LaPresse/Fabio Cimaglia

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