Il fallimento di Lehman Brothers

di Davide Maria De Luca

La storia di come la banca d'investimento dichiarò bancarotta, dopo settimane di trattative frenetiche, e tutti si accorsero che la crisi era cominciata davvero

La mattina di lunedì 15 settembre 2008, il Wall Street Journal titolava a sei colonne in prima pagina: «Crisi a Wall Street, Lehman in bilico Merrill in vendita e AIG in cerca di soldi». Per sua sfortuna, il quotidiano era andato in stampa poco prima che Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari di New York, entrasse ufficialmente sotto tutela fallimentare, il che era avvenuto esattamente all’una e quarantacinque di notte. La mattina, quando gli operatori di borsa si resero conto con orrore che il Wall Streett Journal, e quasi tutti gli altri quotidiani finanziaria, avevano mancato la notizia del decennio, il Dow Jones (il principale indice della borsa di New York) perse più di 504 punti, il crollo più alto dal 17 settembre 2001, il primo giorno di scambi dopo l’attentato alle Torri gemelle. Anche se il fallimento di Lehman Brothers non fu la causa principale della crisi, quel giorno fu il momento in cui divenne chiaro che, molto presto, la crisi avrebbe raggiunto proporzioni globali.

Lehman Brothers era stata fondata nel 1850 da Henry Lehman, un emigrato tedesco di origine ebraica, e i suoi discendenti mantennero il controllo della banca fino al 1969. Dopo più di un secolo di storia gloriosa, dal 1984 al 1994, la banca fu sotto il controllo di American Express. Quando riacquistò l’indipendenza, sotto la guida di Richard Fuld (l’amministratore delegato che l’avrebbe porta al fallimento) Lehman divenne in breve una delle più importanti e spregiudicate banche d’affari del paese. Per la precisione, divenne la quarta in ordine di grandezza: davanti a Bear Stearns e dietro, nell’ordine, a Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merrill Lynch. A differenza delle banche commerciali, che raccolgono il risparmio dei privati e concedono prestiti, Lehman, come le altre banche d’affari, faceva soprattutto consulenza ad altre società, le aiutava nel collocamento di azioni o di obbligazioni in borsa e investiva il proprio denaro e il denaro altrui.

Nonostante avesse alle spalle una storia secolare, nell’ambiente di Wall Street Lehman aveva l’immagine di una banca giovane e spregiudicata e gli operatori di banche come JP Morgan, più antiche e prestigiose, guardavano a Lehman con la sufficienza riservata ai parvenu senza stile. Richard Fuld, per esempio, era soprannominato “il Gorilla”, mentre la sala operativa della banca era un caos di pile di carte, posaceneri pieni e nuvole di fumo. I trader e gli altri impiegati di Lehman facevano spesso una bandiera della loro trasandatezza e volgarità, in contrasto con le pose aristocratiche degli altri lavoratori nel settore. Oggi sappiamo che la crisi che portò al fallimento di Lehman fu causata da tre fattori legati insieme: le politiche monetarie della FED (la banca centrale americana), la deregolamentazione di Wall Street e le scelte di Fuld, per le quali conquistò il soprannome di “peggior amministratore delegato di sempre“.

Per spiegare il primo di questi fattori bisogna fare un piccolo passo indietro. Tutte le banche centrali del mondo hanno la missione fondamentale di mantenere sotto controllo l’inflazione. Questo obiettivo viene perseguito tramite le cosiddette politiche monetarie, la principale delle quali è la regolazione dei tassi di interesse con cui prestano soldi alle altre banche. Più questi tassi sono bassi, più le banche chiedono soldi a prestito e più denaro circola nel sistema. La difficoltà nel lavoro di banchiere centrale consiste nel trovare il tasso giusto per accompagnare la crescita economica, senza però causare troppa inflazione.

La FED, la banca centrale americana, si comportò in maniera piuttosto conservatrice, cioè tenendo i tassi bassi, dagli anni Ottanta fino ai primi anni duemila, quando scoppiò la bolla economica delle “dotcom”. Poco dopo si verificò l’attentato dell’11 settembre a New York. La risposta della FED a questi due eventi fu abbassare moltissimo i tassi di interesse, inondando il mercato di dollari. Quando i tassi di interesse fissati da una banca centrale sono bassi, significa che “gira” molto denaro: è più facile ottenere prestiti e anche i tassi di interessi praticati ai clienti delle banche si abbassano (per questo si dice anche che le banche centrali “abbassano il costo del denaro”). Per tutto il periodo dei bassi tassi di interesse le banche hanno fatto molta fatica ad ottenere guadagni interessanti, visto che erano costrette dal costo basso del denaro a concedere prestiti a pochi soldi. In quel periodo, scommettere in operazioni molto rischiose, ma che consentivano forti guadagni, fu particolarmente attraente per i banchieri.

Il secondo fattore che contribuì al fallimento di Lehman fu la deregolamentazione di Wall Street, avvenuta negli anni 2000 sotto la presidenza di Bush. Questa permise in sostanza alle banche di fare cose molto più rischiose e di indebitarsi molto più di quanto potessero fare prima. I tassi bassi e i magri ritorni economici che causavano le incentivarono ad essere sempre più spericolate. Da qui nasce la bolla dei mutui subprime, che in poche parole si può riassumere così: le banche avevano talmente tanti soldi fermi che non rendevano nulla (o che rendevano poco) che cominciarono a prestare denaro a chiunque, anche a chi non aveva le carte in regola per restituire il prestito.

Molti mutui erogati significava molte case comprate e molte case comprate significava aumento costante del valore delle case per via della legge della domanda e dell’offerta. Quando la FED decise finalmente di alzare di nuovo i tassi l’intero meccanismo si inceppò di colpo. Le rate dei mutui a tasso variabile (cioè legati all’andamento di un tasso di interesse, come per esempio il tasso di interesse praticato dalla FED) aumentarono e molti americani non furono in grado di ripagarli. Le banche e le altre società finanziarie si ripresero le case messe a garanzia dei prestiti e cercarono di venderle per rientrare del loro investimento, ma con migliaia di casa rimesse improvvisamente sul mercato, il loro valore crollò di colpo, lasciando enormi vuoti nei bilanci delle società finanziarie.

Per scelta di Richard Fuld e degli altri dirigenti di Lehman, la banca era stata molto attiva in tutto questo processo. Lehman, come le altre banche d’affari, non erogava mutui. Però acquistava regolarmente i mutui emessi dalle piccole società finanziarie e dalle banche di provincia. Le piccole finanziarie così si liberavano di un credito che pesava sul loro bilancio, ottenevano nuovi liquidi con cui fare nuovi prestiti, mentre Lehman e le altre banche d’affari usavano quei mutui come garanzie per costruire complicati titoli derivati che poi vendevano sul mercato (in fondo quei mutui erano garantiti da qualcosa di tangibile come una casa, un bene in teoria sicuro). Fino al 2007, la divisione titoli immobiliari di Lehman era la branca di Lehman che produceva più utile.

Il fallimento
Nel corso del 2008, dopo che la FED ebbe cominciato ad alzare i tassi, la bolla immobiliare scoppiò. Il valore delle case precipitò e così fece il valore dei titoli derivati che erano garantiti dai mutui su quelle stesse abitazioni. Il crollo non riguardò l’intero mercato immobiliare e non tutti i coloro che avevano ricevuto un mutuo si trovarono nell’impossibilità di ripagarlo. Il problema fu che era divenuto impossibile distinguere i titoli legati a mutui solidi da quelli legati a mutui divenuti spazzatura, i cosiddetti “titoli tossici”. Le varie banche d’affari aveva impacchettato, spezzettato e impacchettato di nuovo i mutui iniziali in titoli derivati (che non a caso venivano chiamati “salsicce”). Si trattava di titoli estremamente complicati di cui era quasi impossibile capire con facilità quale fosse la base che li garantiva all’origine. Questi titoli comparivano sui libri contabili delle banche con un certo valore, ma nessuno sapeva a che prezzo davvero sarebbero riusciti a venderli se avessero provato a metterli sul mercato. Tra le varie banche si diffuse il sospetto e ad ogni trattativa i banchieri non potevano fare a meno di domandarsi: «Quanta parte del bilancio della mia controparte è composta da questi titoli tossici?». La risposta spesso era impossibile da trovare: questo significa interrompere ogni trattativa con la controparte e iniziare a vivere in una sorta di “stato di quarantena”. Ma le moderne istituzioni finanziarie hanno bisogno di fidarsi l’una dell’altra continuamente, perché tra loro prestiti e scambi sono continui. La sfiducia nella moderna economica finanziaria significa la fine per i più deboli. La prima banca a crollare a causa di questo clima di paranoia fu la più piccola delle cinque grandi banche d’affari di Wall Street: Bear Stearns. Venne acquisita per due dollari ad azione da Morgan Stanley e il governo americano garantì i debiti della banca per facilitare l’acquisizione ed evitare un fallimento che avrebbe ulteriormente peggiorato il clima di sfiducia.

Il panico però non si fermò. Caduta Bear Stearns, l’attenzione si spostò sulla seconda banca nella lista: Lehman Brothers. Tutti sapevano che Lehman aveva i libri contabili pieni di titoli tossici, ma dopo il “salvataggio” di Bear Sterns pensare di salvare anche Lehman era divenuto politicamente impraticabile. Per i Democratici salvare avrebbe significato salvare gente ricchissima con i soldi dei contribuenti. Per i Repubblicani un altro salvataggio sarebbe stata una seconda e intollerabile intromissione dello stato nei meccanismi dell’economia («Mi sembra di essermi svegliato in Francia», disse un senatore repubblicano quando venne a sapere del salvataggio di Bear Stearns).

Ma senza una garanzia del governo, nessuna banca era disposta a comprarsi Lehman. Bank of America si fece avanti con un’offerta, ma alla fine, dopo qualche giorno di trattative, scelse invece di acquistare Merril Lynch («Allora sono io il coglione!» è la famosa frase pronunciata da Fuld quando lo venne a sapere). L’ultima speranza per Lehman era Barclays, una banca inglese, ma anche questa chiedeva che qualcuno garantisse i debiti di Lehman, come lo stato americano aveva fatto pochi giorni prima per Bear Stearns. Il 13 e il 14 settembre 2008, quando oramai era chiaro che Lehman avrebbe dovuto dichiarare bancarotta la settimana successiva, Hank Paulson, il segretario del tesoro (cioè il ministro dell’economia americano) riunì tutti i principali banchieri del paese. Disse che lui non poteva garantire i debiti di Lehman e che quindi dovevano farlo loro, i banchieri di Wall Street. In altre parole, Paulson stava chiedendo ai banchieri di salvare un loro concorrente. Inizialmente sembrava che nessuno fosse disposto a garantire i debiti di Lehman, ma dopo due giorni in cui i banchieri rimasero chiusi nel palazzo della FED, si arrivò a un accordo: ognuno di loro avrebbe garantito debiti per l’equivalente di un miliardo di euro.

Quando la cosa sembrava fatta, Paulson ricevette una telefonata dal Cancelliere dello scacchiere (il ministro del tesoro britannico). Il Cancelliere gli disse che il Regno Unito non voleva importare “il cancro di Lehman” e Barclays, quindi, non avrebbe ricevuto il permesso del governo britannico per l’acquisizione. Disperato, Paulson provò a chiamare Warren Buffett, il più grande finanziere del paese e secondo uomo più ricco del mondo, ma Buffet risultò irrintracciabile. Per Lehman non c’erano più speranze: l’unica soluzione era farla fallire nella maniera più ordinata possibile, e per fare questo c’era bisogno che dichiarasse la bancarotta prima dell’apertura della borsa di New York.

Il governo però non poteva decretare il fallimento di una banca: doveva deciderlo il consiglio di amministrazione della banca, che era in riunione proprio quella sera. La responsabilità di chiamare Lehman ricadeva sul capo della SEC, il regolatore della borsa americana. Secondo i testimoni, Paulson disse al capo della SEC, che non voleva fare quella telefonata dato che sarebbe stato un gesto molto irrituale: «Voi ragazzi sembrate gangster che non hanno il coraggio di sparare!». Alla fine, il capo della SEC accettò di chiamare.

La telefonata, arrivata durante il consiglio di amministrazione, fu registrata. Il capo della SEC consigliò balbettando che la bancarotta era l’opzione migliore e venne ascoltato in un gelido silenzio. Il consiglio votò sì all’unanimità, compreso Richard Fuld, che, raccontano i testimoni, aveva le lacrime agli occhi. Quella sera, sul tardi, Warren Buffett venne a sapere che Lehman era ormai arrivata al fallimento mentre era a cena con il cofondatore di Google, Sergey Brin, e sua moglie. «Se non avessi avuto paura di arrivare a cena in ritardo, avrei rischiato di comprarmi qualcosa questa sera», disse loro.

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