• Cultura
  • mercoledì 11 maggio 2011

«Quando hanno aperto la cella»

di Valentina Calderone e Luigi Manconi

Da Pinelli a Cucchi, le storie delle persone morte nelle mani dello Stato, nel libro di Luigi Manconi e Valentina Calderone

Stefano Cucchi che amava la boxe

Giovedì 22 ottobre 2009 ore 6.15 di mattina. Stefano Cucchi, 31 anni, nella sua stanza all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini, dove era ricoverato da sabato 17 ottobre, non «risponde agli stimoli». Gli infermieri di turno quel giorno scriveranno sul diario clinico di aver tentato la rianimazione senza riuscirci. L’autopsia, di cui verranno resi noti i risultati solo qualche mese dopo, stabilisce che il decesso è avvenuto verso le 3 di notte. Stefano Cucchi, quindi, viene letteralmente «trovato morto».

Chi lo aveva in cura se ne accorge quasi accidentalmente e anche la successiva decisione di provare a rianimarlo pare sia più un’occasione per assolvere stancamente il proprio dovere e compilare un diario clinico, piuttosto che un reale tentativo di salvargli la vita. In effetti, non era impossibile salvarlo. La sua condizione clinica non era disperata, non si trovava da giorni in bilico tra la vita e la morte. Fino alla settimana prima non era neanche immaginabile che potesse correre un rischio simile. Il 15 ottobre, la sera del suo arresto, Stefano era un ragazzo sano. Da quando viene privato della libertà, il suo stato di salute non fa che peggiorare. I medici sono perfettamente a conoscenza dell’aggravamento delle sue condizioni. Come è possibile che non si siano preoccupati di monitorare il suo stato durante la notte? Per ore nessuno, in quel reparto, si è reso conto che non respirava più.

La sua vicenda è piena di anomalie come questa, che suscitano domande banali e che necessitano di una risposta: troppe sono state le dimenticanze, le sottovalutazioni, le leggerezze. È stato un iter lungo meno di una settimana, in cui si sono accumulate colpe, negligenze e indifferenze che lo hanno portato alla fine.

La storia di Stefano Cucchi non è una storia di malasanità e neanche una storia di carcere. La sua vicenda è un esempio paradigmatico del fallimento della «macchina della giustizia» e di come questa sia in grado di provocare danni incalcolabili: insinuandosi, espandendosi, coinvolgendo e contagiando tutta una serie di apparati e figure che avrebbero tutt’altra missione rispetto a quella, evidentemente così prioritaria, della repressione e della custodia. Non è solo una storia di prigioni o di ospedali. Dal giorno del suo arresto fino alla sua morte, Stefano Cucchi ha attraversato un numero elevato di luoghi istituzionali e di apparati statuali: due caserme dei carabinieri, le celle di sicurezza, le aule e l’ambulatorio del tribunale di Roma, l’infermeria e una cella del carcere di Regina Coeli, il pronto soccorso del Fatebenefratelli, il reparto detentivo del Sandro Pertini. Complessivamente, si è trattato di un itinerario verso la morte scandito da dodici passaggi: le dodici stazioni di una via crucis, da quella caserma di via del Calice nella tarda serata del 15 ottobre fino all’obitorio, dove viene portata la salma nella tarda mattinata del 22 ottobre.

Sono dodici tappe di un calvario, corrispondenti ad altrettante sedi dove lo Stato è presente con i suoi apparati, le sue procedure, i suoi funzionari (compresi i presidi medici dove opera personale sanitario appartenente all’amministrazione pubblica e i posti di polizia presso il pronto soccorso degli ospedali) e dove Cucchi viene trattenuto e sorvegliato, trattato e costretto e dove subisce abusi e illegalità. E dove, ancora, una lunga schiera (decine di persone) di carabinieri e agenti di polizia penitenziaria, magistrati e avvocati, medici e infermieri, funzionari e operatori penitenziari – dal momento in cui la violenza fisica viene inferta, forse da più autori –, chiudono gli occhi per non vedere, si astengono, omettono, quando non contribuiscono a fare del male, abusando del loro ruolo o mancando ai doveri che quel ruolo impone, negando e falsificando, trascurando e abbandonando.

Bisogna indagare lungo tutti questi passaggi per individuare le cause, le colpe e le complicità di tutti quelli che, a vario titolo e secondo la propria funzione hanno, con i loro comportamenti, contribuito a determinare la morte di Stefano Cucchi: nessuno degli attori intervenuti è riuscito a interrompere (più probabilmente non ha voluto interrompere) il corso degli avvenimenti; ognuno, con le proprie azioni, ha collaborato a che quegli eventi precipitassero, fino al loro epilogo. È questa visione d’insieme che nei primi mesi dopo l’accaduto e nel corso delle indagini ha stentato ad affermarsi e, tuttora, non è patrimonio condiviso da tutti. La morte di Cucchi è stata il risultato di una lunga serie di eventi, la concatenazione e la sommatoria di fatti legati tra loro, il cui nesso di causalità non può venire ignorato. Nesso che è stato chiaramente definito dall’autopsia effettuata dopo la riesumazione della salma dai medici legali nominati dalla famiglia Cucchi, i professori Vittorio Fineschi e Cristoforo Pomara. I consulenti di parte giungono a queste conclusioni circa le cause della morte di Cucchi:

La morte del signor Stefano Cucchi è addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto in soggetto politraumatizzato ed immobilizzato, affetto da insufficienza di circolo sostenuta da una condizione di progressiva insufficienza cardiaca su base aritmica […], intimamente correlata all’evento traumatico occorso e al progressivo scadimento delle condizioni generali del Cucchi.

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