Si può scherzare sullo stupro?

Partiamo da una premessa: sarebbe rassicurante se per rispondere alla domanda del titolo ci fosse una regola precisa e sempre valida, applicabile a tutte le situazioni. Ma non c’è. Si parla di un tema doloroso, enorme e soprattutto complesso: ma la complessità non dovrebbe spaventarci, semmai stimolarci. Altra premessa: la risposta breve è sì, si può scherzare sullo stupro. Ma è una risposta che deve essere preceduta da un ragionamento che breve non lo è.

Quello sui rape joke è un tema molto dibattuto negli Stati Uniti, e particolarmente appassionante. Soprattutto per chi come me ama la comicità, con le sue regole e le sue assenze di regole, ed è convinto che si possa scherzare su qualsiasi cosa. Ma io sono anche femminista, e consapevole che la società in cui viviamo è tra le altre cose il prodotto delle cose che diciamo e scriviamo, chiunque e dovunque, sul New York Times o in un commento su Facebook. Penso anche che esista una cultura dello stupro, che sia fondamentale combatterla e che questo passi anche attraverso il prestare attenzione quotidiana a come il nostro comportamento interviene su quella cultura.

Cosa vuol dire potere o non potere scherzare sullo stupro
Saltiamo il discorso sul valore terapeutico, esorcizzante, liberatorio della comicità, e sull’importanza di poter ridere su cose serie e tristi. Lo do per scontato. Più interessante, prima di discutere sul fatto se si possa scherzare sullo stupro, è capirci su cosa intendiamo per “non potere”, in questo caso. Perché è ovvio che chiunque è libero di dire o scrivere qualsiasi cosa. Come è ovvio che chiunque è libero di rispondere, e eventualmente dare a quella persona dello scemo, o peggio.

Il primo equivoco da chiarire è che quando ce la si prende con qualcuno perché ha fatto una pessima battuta sullo stupro non si sta dicendo che non potesse farla: si sta dicendo che è giusto che sia responsabile delle conseguenze. Queste conseguenze possono andare da un sacco di gente che gli dice che era una pessima battuta, a un sacco di gente che gli dà dello scemo, o addirittura al suo licenziamento, o al danneggiamento della sua carriera. Ma non si parla di chiamare la polizia.

Cos’è una battuta sullo stupro, e cosa non lo è
Fatte queste premesse, il punto intorno al quale ruota tutta la questione è che una battuta sullo stupro deve in primo luogo essere una battuta. Deve essere costruita come tale, e deve essere il risultato di un’elaborazione. E soprattutto, perché sia una battuta, deve fare ridere. È vero che l’umorismo è soggettivo, ed è vero che c’è un sacco di gente con un pessimo umorismo. Ma la stragrande maggioranza delle battute che provocano questa discussione, a guardare bene, non sono battute: perché stanno ben al di sotto dell’asticella sopra la quale è lecito chiedersi se il problema non sia forse il nostro umorismo. Per finire le ovvietà, chiariamoci sul fatto che non trovare divertente una battuta non significa necessariamente che non fosse buona: dipende da quello che, più che legittimamente, troviamo o non troviamo divertente.

L’intenzione di fare ridere non è però un lasciapassare per dire qualsiasi cosa: scrivere “cloroformio” sotto una foto di Diletta Leotta, e poi difendersi linkando quel famoso video in cui George Carlin spiega che si possono fare i rape joke, è come disegnare un pene su un muro e poi tirare fuori una foto della Cappella Sistina. Il black humour deve prima di tutto essere humour.

Parliamo pure di George Carlin: era molto più femminista di quanto credano quelli che condividono il suo video da 4,5 milioni di visualizzazioni spacciandolo per una gemma nascosta di internet, e infatti in quel bit diceva che nei rape joke sta tutto nella costruzione, e in dove si mette l’esagerazione. Peraltro, sempre in quel video, Carlin coglieva l’occasione per prendersela con gli uomini che pensano che la colpa degli stupri sia della donna. Le differenze con le battute da osteria le vedete da soli.

QUEL post su Facebook
Avrete già capito, se siete stati su un social network nell’ultima settimana, che l’elefante nella stanza è quello stato su Facebook del fumettista Labadessa. Se volete recuperare la storia, è qui. Il problema di quello stato su Facebook non era che fosse una battuta sullo stupro, bensì che non era una battuta. Perché non c’era nessuna costruzione, nessuna elaborazione, nessuna punchline: sarebbe interessante chiedere a chi lo ha difeso se davvero pensa che ci sia stata una sola persona che ha letto quello stato e ha riso. Quel post era una malsana descrizione di uno stupro: e se sei uno con quasi 500mila follower su Facebook e fai una malsana descrizione di uno stupro spacciandola per una battuta, ci sta che la gente ti dica che sei un deficiente. Un altro tema che sarebbe interessante discutere è che le persone che hanno effettivamente detto a Labadessa che era un deficiente sono state, secondo me, moltissime di meno di quelle che si sono lamentate che ormai c’è la polizia-del-pensiero© e la caccia-alle-streghe™, e signora mia stiamo uccidendo la comicità.

Com’è una buona battuta su un tema doloroso
Veniamo alla parte più delicata. Si possono fare battute sullo stupro, come si possono fare battute sull’Olocausto, sulla pedofilia, sull’infanticidio, sugli incidenti stradali, sull’11 settembre, su qualsiasi cosa, per quanto traumatica, dolorosa, triste, controversa. Perché decidere che non si può scherzare su un tema perché fa soffrire delle persone equivale a decidere che si può scherzare solo sul traffico e sul cibo sugli aerei, e questo non è auspicabile. Ma ci sono temi – quelli sopra, tipo – che sono un campo minato: uno è libero di provare ad attraversarlo, ma deve essere pronto a farsi male se non è bravo abbastanza.

Il problema è come si decide, se uno è bravo abbastanza. Lo decide il pubblico, ovviamente: se uno viene frainteso da tutti è perché evidentemente non è stato capace di farsi capire. È vero che ci sarà sempre qualcuno che si offende e si indigna, ma questo è il rischio che si corre. Nessuno obbliga nessuno a prenderselo. C’è però un’altra questione: come chi fa una battuta sullo stupro deve saperla fare, il pubblico deve saperla valutare. Ed è qui che tornano utili degli esempi.

Sarah Silverman è una delle più talentuose comiche americane. È femminista, è sempre attenta e sensibile all’attualità, e quando affronta temi traumatici – lo fa spessissimo – non lo fa per il gusto di scioccare il pubblico o di spararla grossa. Lo fa per fare ridere, e ci riesce, perché è bravissima. Silverman ha sempre fatto rape joke. Recentemente, dopo il caso Weinstein, ha ribadito che i comici devono poter parlare di tutto, anche dello stupro: ma ha ammesso che camminano su una linea sottile, e che il tiro va aggiustato di continuo. Ha anche detto che ultimamente ha difficoltà a camminare su quella linea. Questo è un esempio di una battuta sullo stupro di Silverman.

Il territorio in cui si muove è quella dello stupro, ma si potrebbe obiettare che fa ridere perché non descrive uno stupro, bensì un non-stupro. Ma già ci fa capire che si può scherzare in quell’area semantica, che non è off limits, e che si può essere pure molto divertenti. Questo è invece uno sketch memorabile di Inside Amy Schumer, la serie di Amy Schumer.

Anche qui, l’area semantica è quella dello stupro. Ma a essere presa di mira è la cultura dello stupro dei college americani, non lo stupro in sé. Questa è una delle teorie più diffuse sulla questione: i rape joke si possono fare, se a essere derise non sono le vittime ma gli stupratori. La sostiene qui Rebecca Solnit, qui un pezzo di Jezebel, scritto in occasione di uno dei più famosi casi recenti di rape joke che non erano davvero joke, che coinvolse Daniel Tosh. È una regola molto attraente, che personalmente applico spesso, ma secondo me la questione è ancora più complessa e non si può risolvere così. Anche perché vuol dire a sua volta mettere dei paletti a quello di cui deve occuparsi la comicità, ai bersagli che deve deridere, e non è così che si risolve il problema.

Senza contare che ho sentito battute sull’Olocausto che fanno molto ridere pur prendendo di mira gli ebrei, e non i nazisti. Ho sentito battute esilaranti sugli incidenti stradali in cui a fare ridere era il fatto che qualcuno morisse in un incidente stradale. E ci sono casi di battute sullo stupro innegabilmente efficaci, per quanto probabilmente divertenti per molte meno persone, che non prendono esplicitamente di mira gli stupratori. Tipo questa, di nuovo di Sarah Silverman.

«Abbiamo bisogno di più battute sullo stupro. (…) Quando fai battute sullo stupro, sembra che sia un tema così pericoloso, così estremo. La verità è che è il tema più sicuro di cui parlare nella comicità. Perché chi si lamenterà, per una battuta sullo stupro? Le vittime di stupro? Non denunciano nemmeno lo stupro. È tradizionalmente gente che non si lamenta. La cosa peggiore che può capitare, dopo uno spettacolo, è che qualcuno venga e ti dica: “Guarda, sono una vittima di stupro, e vorrei solo dire che ho trovato quella battuta inappropriata, insensibile, ed è assolutamente colpa mia, mi dispiace tanto.»

Si potrebbe pensare che a essere derise qui siano le vittime, che come succede in moltissimi casi – per via degli effetti di quella cultura dello stupro che in molti si ostinano a negare – non denunciano lo stupro subìto e anzi si incolpano. Forse è così, ma forse a essere deriso è il meccanismo che fa sì che questo succeda. O forse non è nessuna delle due cose, ed è semplicemente una battuta divertente. Per qualcuno, per qualcun altro sarà terribile.

Ce lo eravamo detti in partenza, che è difficile. Qui interviene un altro fattore che deve essere aggiunto alla valutazione, e cioè chi fa quella battuta controversa. In questo caso, una comica femminista con le spalle molto robuste sul tema. Già fosse stato un uomo sarebbe stato diverso, fosse stato poi un uomo notoriamente maschilista ancora un altro. Questo per capirci su quanto sia complessa la questione, e su quanto vada valutata di volta in volta. Una volta Joan Rivers disse, commentando un outfit di Heidi Klum, che non aveva mai visto una tedesca così “calda” (è intraducibile, ovviamente nell’originale è “hot”, cioè figa) da quando mettevano gli ebrei nei forni crematori. Chi è il bersaglio della battuta? Non è facile da individuare, e forse chissenefrega: è una gran battuta, e questo ci basta. Anche perché l’intera famiglia del marito di Rivers morì nell’Olocausto, ma probabilmente molti di quelli che si indignarono nemmeno lo sapevano.

Battute offensive ≠ brutte battute ≠ buone battute
Gli esempi sopra ci suggeriscono che il discrimine principale per giudicare le battute sullo stupro è il fatto se facciano o meno ridere. Tenere conto di chi si può offendere, e quanto, non può essere un criterio applicabile: perché ci sarà sempre qualcuno che si offende, e su tutti i temi. Siamo d’accordo che le battute sotto i post di Sesso Droga e Pastorizia sono lontane anni luce da quelle di Silverman o da quella di Rivers. Se la punchline della tua battuta è «ahah, una donna è stata stuprata», o «lol, quella donna meritava di essere violentata», è evidente che non stiamo parlando di una battuta. Scherzare su un tema traumatico non equivale a essere divertenti e provocatori, anche se molte pagine di Facebook non lo capiscono.

Ovviamente, chiunque può offendersi per qualsiasi cosa, e nessuno ha il diritto di metterlo in discussione. E se quel qualcuno è stato offeso gratuitamente e banalmente, ha ragione di protestare. Come fare con chi si sente offeso personalmente da una buona battuta su un tema doloroso è invece una questione irrisolvibile, purtroppo. Perché se si può difendere l’autore della battuta, non spetta a noi decidere se è giusto che qualcuno soffra per una determinata cosa. Spetta a quel qualcuno, e a lui soltanto. Ma è evidente che l’intento di una battuta acuta e divertente su un tema doloroso non ha lo scopo di ridicolizzarlo o renderlo meno serio.

A parità di tema affrontato, ci sono pessime battute e battute divertenti, e a deciderlo è chi le ascolta. Le preoccupazioni sul fatto che il sistema non funzioni sono legittime, ma non ci sono altre soluzioni. E ci sono un sacco di esempi di casi in cui il sistema ha funzionato: nel 2017, a distanza molto ravvicinata, uscirono gli speciali su Netflix di buonanima di Louis CK e di Dave Chappelle. Entrambi contenevano un bit sulle persone transgender. Louis CK, lo sapete, ha molestato sessualmente cinque donne, circa quindici anni fa: non è quindi il profilo migliore per essere citato su questo tema, ma è stato il comico che negli ultimi dieci anni ha saputo trattare le cose tristi e traumatiche della vita, oppure quelle semplicemente delicate, nel modo migliore.

Questo bit, che rientra nella seconda categoria, ne è un esempio: era costruito benissimo, e faceva molto ridere. Nello spettacolo di Dave Chappelle, invece, le battute erano più di una, in generale banali e grevi. Per capirci, una era su una donna transgender che metteva il pene sul tavolo durante un incontro di lavoro. Molti dissero a Chappelle che la sua era una brutta battuta, nessuno lo disse a Louis CK.

Anche le battute dicono delle cose su di noi
Tutti abbiamo sensibilità e percezioni diverse sul contesto e l’epoca in cui viviamo, che comunichiamo anche attraverso le nostre battute. Dato che scherzare non significa essere liberati completamente dalla responsabilità su quello che si dice, possiamo concordare sul fatto che facendo una battuta uno decide consapevolmente di rivelare le sue sensibilità e percezioni. È per questo che una persona può ritenere di fare doppiamente attenzione quando fa battute sullo stupro, per di più in questo periodo di – balsamica, tardiva e non ancora lontanamente sufficiente – maggiore attenzione generale sul tema.

L’umorismo si evolve, si adatta ai contesti sociali e al senso comune, e cose che un tempo erano accettabili ora non lo sono più: pensate a come è cambiato, in meglio, l’approccio della comicità ai temi razziali. Ma questo è un bene, non è una censura: stiamo meglio o peggio, senza le battute sull’accento degli africani? Davvero c’è qualcuno disposto a difenderne l’originalità?

Chi decide di attraversare uno di questi campi minati, quindi, dovrebbe semplicemente usare la giusta cautela: pensare due volte se la sua sia per caso una pessima battuta su un tema doloroso, che è più grave di una pessima battuta sulla fila alle poste. Poi può decidere di deridere gli stupratori e la cultura dello stupro, e addirittura di far riflettere il suo pubblico sul problema: ma questa non deve diventare la condizione necessaria, perché i comici non sono delle onlus. Qualcuno può infatti perfino decidere di deridere le vittime, o perlomeno di creare quell’equivoco, come Silverman o Rivers: e sperare di essere bravo e stimato abbastanza per fare ridere comunque.

Parliamo delle scuse di Labadessa: il fatto che lui spieghi che voleva fare una battuta come «ci vorrebbe un’app per trovare parcheggio/che faccia gli esami al posto mio/che cucini/che mi faccia il caffè», e che abbia sostituito quelle esigenze quotidiane con “che ti faccia fare sesso con le ragazze incoscienti”, rivela delle cose su una certa percezione delle donne. E il fatto che – a quanto dice – scrivendo il post non si sia minimamente posto il problema delle eventuali reazioni racconta delle cose su quanta attenzione sociale ci sia sul tema dello stupro, ridimensionando le accuse di chi parla di “psicosi collettiva” riguardo al tema delle molestie. E per ultimo: è verissimo che fare una battuta che ridicolizzi banalmente lo stupro non fa di te uno stupratore, ma a rendere la nostra una società patriarcale non sono solo gli stupratori, anzi.

Qualche conclusione
Paragonare le battute sullo stupro a quelle su altri temi dolorosi, tipo l’Olocausto o la pedofilia, non è sempre corretto. Perché se possiamo dire che viviamo in una società che condanna senza appello l’Olocausto (ok, ci sono i negazionisti, ma sono tre gatti) e la pedofilia (ok, ci sono gli elettori di Roy Moore, ma alla fine ha vinto quell’altro), non vale lo stesso con lo stupro. Per non parlare delle molestie sessuali, e ancora di più del sessismo. È per questo che capita di sentire comici che prima di una battuta sullo stupro dicano “siamo tutti d’accordo sul fatto che lo stupro è terribile”: il problema è proprio che no, ci sono un sacco di uomini che hanno opinioni più sfumate sul tema. Per non parlare, poi, del fatto che lo stupro, e in generale la cultura maschilista, fanno soffrire statisticamente molte più persone di quante soffrano per via dell’Olocausto o della pedofilia.

Louis CK era (è) talmente bravo che poté aprire il programma comico più famoso della televisione americana con un monologo sulla pedofilia. Un monologo incredibile, uno dei migliori della storia del Saturday Night Live, su una cosa terribile e che ha traumatizzato irreversibilmente delle persone, e in cui disse senza subire conseguenze che molestare i bambini deve essere bellissimo, dal punto di vista dei pedofili. Ma è ancora diverso dai rape joke: perché non ci sono tante e quotidiane battute di merda che banalizzano il tema della pedofilia, e se anche cominciassero da domani possiamo dirci ragionevolmente sicuri che non convincerebbero le persone che la pedofilia è ok. Ci sono invece da sempre tante e quotidiane battute di merda sullo stupro, sulle molestie sessuali, sul sessismo, e chi dice che non contribuiscono a normalizzare il fenomeno della violenza e soprattutto della micro-violenza sulle donne è in malafede.

Questo dovrebbe essere un motivo sufficiente per fare aggiustare il tiro, come diceva Silverman, a chi sente l’irrefrenabile desiderio di condividere con gli altri i propri rape joke. Non significa censura, significa riflettere preventivamente sulle conseguenze delle proprie battute su un tema doloroso come lo stupro, visto che almeno a parole sta a cuore a tutti. L’esempio di Louis CK è utile anche per un altro motivo: se fate ridere come fa ridere lui in questi dieci minuti, saranno molto pochi quelli che protesteranno per il tema che avete scelto, qualunque esso sia.