Una piccola storia ignobile

È il 12 febbraio 2012, ha nevicato forte a L’Aquila nei giorni precedenti. Sono le quattro del mattino quando l’addetto alla sicurezza esce della discoteca Guernica di Pizzoli, a pochi chilometri dal centro. È l’ultimo, deve chiudere la porta. Fuori ci sono sei gradi sotto zero, in mezzo alla neve già sporca l’addetto alla sicurezza vede una massa scura. Si avvicina, è una ragazza. È a faccia in giù nella neve, sotto di lei il bianco è diventato rosso di sangue. Ha il volto viola, è semiassiderata, sembra morta. L’hanno mollata lì come una cosa senza importanza. La portano al pronto soccorso dell’ospedale San Salvatore. È stata violentata. Ma violentata non è la parola giusta. Il ginecologo che la visita dice che in 30 anni di carriera non ha visto nulla di simile. Mai una tale violenza. Mai tanta ferocia. Ci vogliono 48 punti per le lacerazioni che ha subito, le indagini ipotizzano che sia stato utilizzato un oggetto.

Lei ha 21 anni, è di Tivoli, è a L’Aquila per studiare all’università. Quella sera al Guernica c’era una festa, l’hanno vista parlare a lungo con un ragazzo. Lo individuano presto, anche lui è giovanissimo: è un militare, in città per l’operazione “Strade sicure”. Strade sicure, sembra una beffa. Lo arrestano, il suo difensore in diretta televisiva si fa sfuggire il nome della ragazza che fino a quel momento era stato coperto da tutti, dagli inquirenti, dalla famiglia, dai giornali. Poi si scusa, ma ormai il nome è uscito. Al processo il campionario è il solito: la ragazza era consenziente, dicono da una parte. E poi aveva bevuto. Una perizia dice che nel sangue aveva un tasso alcolemico cinque volte superiore al consentito.

Il militare, che militare non è più, viene condannato a otto anni di carcere. Gli hanno dato le attenuanti generiche, hanno escluso il tentato omicidio. Il pm di anni ne aveva chiesti 14. Aveva parlato di violenza inaudita.

La ragazza è presente alla lettura della sentenza, gli amici e i genitori le fanno scudo, la coprono con le giacche per non farla fotografare. Dice: «Con questa sentenza la mia vita non cambia: otto anni, dieci, dodici. Per me non sarebbero stati mai abbastanza». All’uscita del tribunale, dopo la sentenza, un’avvocatessa di parte civile, rappresentante del Centro antiviolenza de L’Aquila, trova sotto il parabrezza dell’auto un foglietto ripiegato. C’è scritto: “Ti passerà la voglia di difendere le donne. Guardati le spalle. Questo territorio non è un posto sicuro per te”.

C’è ancora, da qualche parte, un’Italia così.

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