Le cose che non sappiamo su Yara Gambirasio

A Brembate di Sopra, davanti alla via stretta dove abita la famiglia di Yara Gambirasio, staziona una macchina della polizia locale, gli agenti si danno il turno ogni sei ore, 24 ore su 24. Se ti avvicini ti dicono: «Mi raccomando, discrezione». Stanno lì perché sono convinti che vada fatto, che i genitori di Yara, e sua sorella e i due fratellini, vadano protetti dalla curiosità e dall’invadenza dei giornalisti. Quando domenica si è diffusa la notizia che avevano fermato un ragazzo marocchino e nella via è arrivata gente con i cartelli “Occhio per occhio dente per dente” e “Via i marocchini da Bergamo”, il sindaco si è infuriato sul serio, ha letto un comunicato in cui dice che la gente di Brembate di Sopra con quei cartelli non c’entra niente. Il sindaco si chiama Diego Locatelli ed è della Lega ma quelli con i cartelli in mano li avrebbe mandati a casa a calci in culo.

Con l’arresto del ragazzo marocchino, che ha un nome e si chiama Mohammed Fikri, sembrava che questa storia prendesse la sua svolta, inevitabile. Poi si è capito che l’intercettazione del suo dialogo era stata tradotta male. Insomma Fikri non avrebbe mai detto “Che Allah mi perdoni, io non l’ho uccisa”. La frase esatta sarebbe stata: «Allah, per favore, fa che risponda». Nessun riferimento al rapimento di Yara, proprio nessuno.
Si parla ancora di due uomini, due italiani, due sospettati. Di un furgone bianco. Di un’utilitaria rossa. C’è stato un ragazzo, un vicino di casa, che ha detto di aver visto Yara parlare con due uomini, poi però ha ritrattato, ha detto che si era inventato tutto. Ma perché?

Il fatto è che non ci si capisce nulla. Yara Gambirasio è entrata, il 26 novembre, nel centro sportivo vicino a casa sua. Nessuna l’ha vista uscire, Ci sono una manciata di minuti in cui è scomparsa, letteralmente. Yara ha salutato la sua istruttrice qualche minuto dopo le 18.30, l’ultimo sms è a un’amica alle 18.44. C’è questo centro sportivo che è enorme, non sembra quello di un paese. L’hanno rivoltato quattro, cinque, sei volte, cercando dappertutto. Intanto però tutto funziona come al solito, i bambini nuotano in piscina, le mamme li accompagnano fin dentro e poi si appoggiano alle grandi vetrate, non li mollano con lo sguardo nemmeno per un attimo. Ora sembra che abbiano deciso di sospendere i corsi, c’è troppa gente che va e che viene, tra giornalisti e volontari, i genitori non si fidano.

Poi ci sono i cani, hanno portato questi che chiamano “cani molecolari” o “cani da sangue”, i bloodhound, sono cani che memorizzano l’odore di una persona annusando un oggetto, un indumento. Hanno seguito una pista che porta dalla parte opposta alla strada che Yara avrebbe dovuto seguire, un cane è andato dritto verso il cantiere di un centro commerciale. È un cantiere enorme visto da fuori, un perimetro infinito. I carabinieri hanno cercato dappertutto. Poi parli con qualcuno della protezione civile e ti dice che la verità è che che i cani possono anche sbagliare, che sui giornali ne hanno parlato tanto perché certo, sono un aiuto, ma importanti sono le indagini, quelle contano.

Anche il telefonino di Yara, prima di essere spento è stato agganciato alla cella di Mapello, che è il paese dove si trova il grande cantiere. Poi più niente.

I sommozzatori si sono immersi nel Brembo, sono state controllate cascine e case diroccate, laghetti artificiali svuotati. Ci sono centinaia di volontari, veramente tanti. Gente che si dà da fare giorno e notte, un’intera comunità che si è messa in movimento. Niente, non succede niente.

Il fatto è che nessuno parla, nessuno dice nulla. Dalla Procura non c’è un’indiscrezione, niente di niente. A un certo punto è uscita anche la notizia che polizia e carabinieri seguivano piste completamente diverse. Il fermo di Fikri aveva ingannato tutti. Quella che sembrava una fuga precipitosa verso il Marocco ora pare che fosse una vacanza programmata: il biglietto della nave era stato comprato da tempo, la vacanza concordata con il datore di lavoro.
Chi indaga si è imposto una linea ferrea di silenzio e la domanda resta quella del primo giorno: possibile che nessuno abbia visto Yara uscire dal centro sportivo? Lì non è campagna, non è deserto: è un paesone, come se ne infilano tanti uno dietro l’altro da Milano in poi, in tutto il Nord. Lo so, è banale, scontato da dire, ma l’unica cosa certa qui è che una ragazza di 13 anni è sparita dalle 18.43 del 26 novembre. Il resto è come se stesse a zero. A parte l’angoscia che qui si respira ed è sempre più forte.