Un bilancio della Leopolda

La prima risposta è no: Matteo Renzi non si è imborghesito, non ha rottamato la rottamazione, non ha appesantito il suo carro, non si sta mutando da leader di rottura in segretario di manutenzione.
Anche la seconda risposta è no: Leopolda non vuole finire nel momento in cui il suo inventore sta per cambiare professione. Anzi la sua quinta edizione, prevedibilmente la più affollata e seguita, pare aprire un ciclo, chissà quanto lungo, che farà di questo evento un passaggio permanente ed essenziale della vita politica nazionale.

La terza risposta è sì: stavolta Renzi aveva preparato bene il discorso, molto meglio di quanto avesse fatto a Bari per l’avvio della campagna congressuale. Non siamo al manifesto politico ideale compiuto del Lingotto veltroniano semplicemente perché Renzi non è, non può e non vuole essere quel tipo di politico e di oratore. Però a Firenze chi cercava il profilo identitario della proposta renziana l’ha trovato; chi cercava singole issues innovative e interessanti le ha trovate (la più dirompente di tutte, finalmente: la giustizia); e infine chi cercava risposte sulla contingenza politica e sulle prossime scadenze nazionali le ha pure trovate.

Ed eccoci infatti alla quarta risposta, che è un no, forse il più significativo e atteso anche se non possiamo giurare su quanto sia duraturo: non solo Matteo Renzi non darà scossoni al governo in questa campagna congressuale, ma se dall’8 dicembre dovesse essere lui il segretario del Pd, s’è già dotato di una agenda che può convivere con quella di Enrico Letta e ha già accettato di essere messo alla prova su scadenze elettorali che non sono quelle politiche nazionali. Cioè le Europee e le amministrative di primavera.
Questo quarto punto, il più atteso dagli osservatori politici, in fondo si esaurisce in breve.
Nel momento in cui Renzi impegna la propria futura eventuale segreteria sulla realizzazione delle riforme costituzionali già incardinate in parlamento, automaticamente si chiama fuori dalla rincorsa a elezioni anticipate nel 2014. Del resto lo dice anche esplicitamente, col suo modo sbrigativo ed efficace («non è che dopo otto mesi gli italiani hanno già la fregola di votare di nuovo»), e la frase sarà piaciuta molto a palazzo Chigi e ancor di più al Quirinale.

Ciò non vuol dire che sarà vita facile. Perché Renzi promette alla Leopolda di tornare entro un anno con lo scalpo della cancellazione del bicameralismo, del dimezzamento dei parlamentari e della legge elettorale sul modello semipresidenziale dei sindaci: non proprio risultati che siano a portata di mano, la conquista dei quali non implichi forti tensioni in parlamento e nella maggioranza.
Poi ai maligni rimarrà il retropensiero azionato dall’intervento fiorentino del professor D’Alimonte, quando ha annunciato che meglio di una cattiva proporzionale sarebbe meglio rivotare col Porcellum. Renzi non fa trapelare la minima inclinazione sul punto, casomai il problema si porrà se saranno i berlusconiani a far saltare il tavolo della legislatura: forse non sarebbe una cattiva notizia per il neosegretario democratico, ma lui da questi temi si tiene alla larghissima e del resto nel borsino di giornata l’eventualità pare abbastanza remota viste le pessime condizioni di Pdl o Forza Italia o come vorranno chiamarsi.

Data una certa garanzia di non belligeranza verso il governo e di non aggressione alla durata della legislatura, ovviamente il rottamatore compensa con un programma (i quattro punti del suo Patto) che sono l’esatto opposto del concetto di stabilità. Dalla Leopolda parte una sorta di crociata contro l’establishment non tanto politico quanto economico, finanziario, sindacale, accademico, culturale. Finisce nel mirino la generazione dei padri, ma non nel senso dei pensionati contro i quali s’era scagliato con eccesso di manierismo Davide Serra, bensì nel senso dei potenti custodi della “narrazione italiana” dal ’68 in poi.
È una guerra generazionale forse meno deflagrante sul terreno delle politiche del giorno per giorno, ma molto più intrigante perché Renzi si propone al suo popolo come il generale che guida un assalto di più ampia scala contro tutte le posizioni del potere diffuso: dalle sovrintendenze alle direzioni dei giornali, dalle corti di giustizia ai patronati sindacali, dalle burocrazie ministeriali fino ai patti di sindacato (in via di autonoma dissoluzione) dei gangli finanziari del paese.

Trovando le parole per dirlo (ed è l’ultimo dei problemi di Renzi), ce ne sarebbe d’avanzo per giustificare una intera vita politica. Ma può il Partito democratico, anche se il sindaco di Firenze riuscisse a conquistarne la leadership, trasformarsi da pezzo consistente e compiacente dell’establishment nazionale in macchina da guerra per la sua rottamazione? Davanti a questa domanda il discorso di Renzi si ferma: sarà l’unica domanda che alla Leopolda non può trovare risposta sicura. «Leopoldizzare il Pd» può essere uno slogan affascinante, per chi sia rimasto colpito dal clima, dalla passione, dal metodo di confronto e in qualche modo di elaborazione della Leopolda. Ma un passo fuori da lì la macchina del congresso democratico si muove ancora tutta secondo logiche opposte. I successi degli innovatori, anche importanti come a Milano o altrove, non devono ingannare: in questo stadio del confronto politico interno è più facile e più frequente che sui metodi adoperati siano i renziani a omologarsi agli altri, che non viceversa. È un limite che Renzi sicuramente conosce bene, immagino che nell’immediato di questo congresso vi si sia rassegnato. Come conosce e riconosce i limiti del gruppo che in suo nome è andato a Roma «a fare politica». Pur avendo richiamato alla Leopolda tanti che sembravano esser stati lasciati lungo la strada, e pur avendo suscitato qua e là l’orgoglio della vecchia guardia, c’è stato un passaggio del discorso di Renzi che è suonato “alla Grillo”, nel senso del brusco richiamo del leader ai discepoli infiacchiti dal tran tran di Montecitorio e abbacinati dalle luci della ribalta mediatica.

Il punto vero però è un altro e dà ragione della maturità raggiunta dall’ex ragazzo di Firenze: in più momenti si capisce come lui per primo avverta la sproporzione fra le aspettative che suscita nel paese, gli obiettivi che lui stesso si pone, e le reali possibilità sue personali, del movimento radunato alla Leopolda e del partito che si accinge a scalare. Non solo non bastano i nostri elettori e dobbiamo conquistare il consenso di quelli di Grillo e anche di quelli di Berlusconi, dice Renzi: non bastiamo neanche noi, nonostante tutta la competenza e la passione che ci stiamo mettendo.
Sicché, alla fine dell’edizione più partecipata e raccontata della Leopolda, rimane l’impressione che la prossima non dovrà solo dar conto dei solenni obiettivi dichiarati domenica mattina. Già: nel 2014 capiremo se l’avventura di Matteo Renzi continuerà come una normale ancorché importante carriera politica, come uno dei tanti passaggi della travagliata storia della sinistra italiana, o sarà davvero diventata la sfida della vita di una intera generazione.

Stefano Menichini

Giornalista e scrittore, romano classe 1960, ha diretto fino al 2014 il quotidiano Europa, poi fino al 2020 l’ufficio stampa della Camera dei deputati. Su Twitter è @smenichini.