Che fare con le firme raccolte dal PD?

Aggiorniamo lo scenario politico, ce n’è bisogno. Perché nella sede del Pd si vanno accumulando gli scatoloni con i dieci milioni di firme per le dimissioni di Berlusconi, però intanto nel Palazzo si consolida una certezza: il governo e la legislatura reggeranno ancora un po’. Dunque sarà bene che Bersani moduli bene il messaggio dell’8 e 12 marzo, se non vuole fare la parte di un leader che guida il popolo contro i mulini a vento.

Ieri il segnale decisivo: nello stesso momento in cui alla camera salutava la fiducia sul federalismo municipale come una vittoria storica, la Lega faceva sapere che avrebbe chiesto lo slittamento di quattro mesi dei termini per il completamento dell’iter dei decreti.
Ergo: non sarà più nel mese di maggio la scadenza che doveva segnare, agli occhi dei leghisti, l’esaurimento del senso della legislatura, bensì a settembre.
L’ipotesi più verosimile è che Bossi (oltre a conoscere i sondaggi sfavorevoli) sappia appunto questo: che un minuto dopo l’approvazione dell’ultimo decreto federalista, la Lega comincerà a vibrare come una bomba pronta a esplodere, impossibilitata a garantire ancora la difesa degli equilibri attuali. Dunque meglio procrastinare, anche smentendo la fretta predicata per anni.

Ieri a Montecitorio Bersani è stato duro coi leghisti, colpendoli dove pensa che faccia loro più male, cioè nella subalternità «al miliardario». È un tormentone efficace, come dimostrano tanti episodi recenti, e che verrà usato al Nord per logorare il Carroccio finché non staccherà la spina, e intanto alle amministrative di primavera. Anche Bersani però ha un problema. Sia la questione della tenuta interna del Pd, sia la sua agenda esterna (compreso lo spinoso tema del referendum dipietrista: aderire, non aderire, sabotare?) vanno rimodulati su tempi più lunghi.
Il luogo comune era che anche i democratici in fondo non volessero le elezioni subito. La pressione della base però è forte, si pretendono risultati immediati. Bisogna inventarsi qualcosa per dare un senso a quei dieci milioni di firme, altrimenti l’attesa ci mette un attimo a rovesciarsi in delusione.