Rischio politico

Ci sono più di una tipologia di rischio politico, cosa che spiega in parte la reazione dei mercati.

Recentemente le borse mondiali sono state messe sotto pressione da dichiarazioni sulle valute e sulle politiche tariffarie di alcuni paesi. Sulla stampa e la televisione invece si parla molto più spesso e con più intensità di risultati elettorali e di leadership, cose che i mercati tendono ad ignorare. Come mai questa differenza di comportamento?
La spiegazione sta nella differente percezione dei mercati dei vari tipi di rischio politico, giustificabile dal fatto che alcuni di questi rischi sono visti come più fluidi e meno prevedibili, mentre altri sono più chiari ed hanno conseguenze immediate e circoscritte.

Esempi del primo tipo sono le elezioni politiche. I rischi politici elettorali o anche quelli più comunemente classificati come geo-politici sono quelli che attraggono più attenzione. Specialisti della materia, giornalisti e opinionisti, pollsters, personaggi della “scienza” politica e figure di rilievo internazionale sono tutti sempre molto attivi e pieni di idee. Abbonamenti a riviste e newsletters specializzate in materia sono molto richiesti e letti da un buon segmento della popolazione professionista – e alcune costano anche un mare di soldi.
Ma tutto questo serve a qualcosa? In termini di valore o capacità predittiva non tanto: come nella gestione attiva dei portafogli, la maggior parte degli “esperti” viene regolarmente battuta da – o a malapena raggiunge gli stessi risultati di – un bimbo di 5 anni che fa testa-o-croce con una monetina. Ci sono troppe variabili e combinazioni di possibili eventi intra-temporali per avere un’idea chiara dei possibili risultati. Come cercare di fare le previsioni del tempo, ma senza i dati strumentali e la scienza sottostante. E i mercati questo lo capiscono: nella maggior parte dei casi non succede nulla di distinguibile dalla normale volatilità giornaliera, settimanale, o mensile. Anche nei casi dove le sorprese sono più forti (elezione di Trump) dopo un po’ ci si rende conto di tanti altri fattori che spiegano almeno parzialmente la reazione iniziale dei mercati.

Esempi del secondo tipo di rischio politico sono le tariffe sulle importazioni o le “guerre” valutarie. Qui parliamo già di qualcosa non solo di più demarcato in termini di specificità e di raggio d’azione, ma anche di più testato e con conseguenze teoricamente chiare (tutte o quasi non buone).
Caso classico: Trump che, dimostrando ancora una volta la sua ignoranza dei fattori economici, mette tutti di fronte alla possibile imposizione di tariffe su certi prodotti. O forse in modo meno comune il caso Brexit, dove un referendum (sottovalutato da tutti come cosa fatta) ha praticamente messo in dubbio decadi di lavoro estenuante di cooperazione. Tariffe e mercati aperti/chiusi sono elementi tangibili e riconducibili al potenziale di profittabilità di molte imprese; i mercati questo lo capiscono e quindi ne hanno paura.
Una delle memorie più vivide della mia carriera è quella del crash dell’ottobre 1987: i tassi erano saliti e le azioni pure, proprio come oggi; ma il venerdì precedente al Black Monday il ministro del tesoro USA minacciò il suo corrispondente tedesco di “rafforzare il marco, altrimenti…”. Il resto è storia, come si dice da quelle parti.

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