Come fa una nazione a essere cattiva o buona?

Qualche settimana fa il presidente Trump, infastidito dalla bilancia commerciale con la Germania, ha chiamato quest’ultima “cattiva, veramente cattiva” (vedi qui). Personalità politiche di ogni tipo periodicamente inveiscono contro altre nazioni per giustificare i problemi economici domestici, ma esistono realmente condizioni o atti di uno stato che possano essere giudicati “cattivi” oppure “buoni” in questo contesto?

La risposta non è necessariamente semplice. Tuttavia, nel mondo di oggi è difficile individuare comportamenti intenzionalmente nocivi. Almeno non al livello di una nazione come corpo coerente che agisce con una volontà singola (parliamo sempre di commercio estero, non di guerra). Non fosse per il fatto che certi miti, come i politici, sono duri a morire, non ci sarebbe neppure bisogno di perderci tanto tempo. Vediamo quindi di cosa stiamo parlando in pratica.
L’affermazione di Trump si ricollegava al fatto che per lui una nazione con un surplus commerciale estero (esportazioni superiori alle importazioni) sia “cattiva”, implicitamente definendo un’altra in condizioni opposte come “buona”. Innanzi tutto ricordiamoci che, a differenza di molti altri concetti della scienza economica, il calcolo della bilancia dei pagamenti e la sua relazione con l’attività economica di un paese è di forma contabile molto semplice, tipo A + B = C. (Questo fatto sfugge a molti commentatori e per questa ragione spesso strafalcioni notevoli fanno i giri dei media reports senza un briciolo di critica.)
In secondo luogo elenchiamo le possibili attività politiche/monetarie che potrebbero impattare l’andamento della bilancia commerciale.
Una nazione potrebbe manipolare aggressivamente il tasso di cambio. Gli effetti sull’economia nazionale di una svalutazione tendono però a cancellarsi nel breve o medio termine, riportando il paese “colpevole” più o meno alle condizioni originali ma con maggiore inflazione.

Poi c’è il protezionismo (tariffe, quote massime d’importazioni) che tuttavia, in una forma o nell’altra, è perpetrato da tutti (esclusi forse Hong Kong e Singapore). Qui siamo tutti “cattivi,” nonostante il protezionismo sia una delle pratiche unanimemente condannate dagli economisti (cosa estremamente rara).

Infine, il “dumping”, cioè la pratica di vendere prodotti sotto “costo”. Qui non si tratta di un’attività organizzata e coordinata al livello di governo ma di comportamenti di società individuali motivati dalla competitività del mercato in cui operano. Il problema è anche di definizione – quale “costo?” – come si evince dal fatto che, per esempio, in America le BMW costano circa 15-25% meno che in Europa; BMW farebbe il dumping? (Fra l’altro, come consumatori bisognerebbe chiedersi se il fatto che la roba costi meno sia un problema: dovremmo forse pagare di più?)

Per le nazioni sviluppate e con un’economia domestica rilevante la crescita relativa con il resto del mondo diviene il fattore dominante per la bilancia dei pagamenti: più la crescita relativa è forte e più si tende ad avere una bilancia commerciale negativa, e viceversa. Allora qui chi è il cattivo o il buono? C’è forse una morale nazionale della crescita economica? E soprattutto come si può forzare una nazione a fare diversamente da quello che tutto sommato sembrerebbe andar bene ai suoi cittadini?
Trump crede di saperlo. Poveretto lui, e poveretti noi.