Come si combatte davvero “l’anarchia del web”

Caro Luca Sofri, raramente non sono d’accordo con te e come sai lo sono sempre sulle esagerazioni dei giornali. Ho letto il tuo post ed il commento che hai postato su quanto scrive l’avvocato Guido Scorza è vero che la frase “anarchia del web” è un titolo di Repubblica che sintetizza (male?) quello che il presidente della Camera racconta in una intervista in molti passaggi davvero toccante. Non si può non solidarizzare con una donna (anzi, con una persona) che subisce minacce di quel tipo. Ma non si può condividere la richiesta di una legge speciale per il web. La presidente della Camera dice (oppure Repubblica riporta? come facciamo a saperlo?):

“So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada”.

Tutto vero, infatti sul web valgono e debbono valere le leggi che valgono fuori dal web: questa distinzione reale/virtuale non ha senso da tempo e non esiste per legge. La diffamazione e le minacce non cambiano se arrivano per via della rete. Anzi. Se c’è una scritta su un muro, per restare all’esempio di Laura Boldrini, risalire all’autore è quasi sempre impossibile; se c’è una minaccia di morte su un sito, il colpevole la polizia postale può individuarlo in un attimo. Non c’è nickname che tenga come sai: le tracce digitali sono ovunque. Un altro discorso è quello dei tempi della giustizia. Che sono troppo lunghi. Non per il web, ma per tutto. Se vieni diffamato oggi avrai soddisfazione fra quattro o cinque anni. Ha senso? No. Riguarda il web? Nemmeno. Ovvero, non solo. Dal presidente della Camera, al quale va tutta la mia solidarietà per le orrende attenzioni di cui è fatta oggetto, mi aspetto quindi un discorso sui tempi della giustizia e non l’invocazione di altre leggi speciali che avrebbero il solo effetto di far passare nell’immaginario collettivo l’idea opposta ovvero del web come di un mondo a parte, speciale appunto, e popolato di pericolosi figuri, che ci sono purtroppo ma nella vita reale e non sui siti. Quando invece dalle più alte cariche dello Stato in questo momento avremmo bisogno di messaggi e azioni a favore della diffusione di Internet quale strumento per la crescita economica e – ebbene sì – anche culturale del paese. Perché è con la comunicazione, la condivisione, l’istruzione e l’apertura che si fa davvero la guerra all’ignoranza mostruosa di chi pensa di nascondersi dietro un nickname per sfogare i suoi peggiori istinti.

post scriptum. Della cosa oggi si occupano naturalmente altre persone che stimo. Per esempio Beppe Severgnini sul Corriere che, sebbene il titolo sembri sposare la tesi delle leggi speciali (“Diffamare e minacciare è un reato. farlo sul web è una aggravante”), dice:

“Qualcuno invocherà leggi speciali: e arriveranno. Le leggi speciali, invece, non servono. Sono sufficienti quelle esistenti. Basta applicarle”.

Sulla Stampa Gianni Riotta conclude così il suo ragionamento:

Le leggi ci sono e si possono, lentamente, migliorare. Ma alla lunga la battaglia tra Tolleranza e Intolleranza, Equilibrio e Violenza, Ragione e Ricatto online la si vince su valori, argomenti, chiarezza, ideali. Il web non è arma del Male o Scudo del Bene: è il campo di battaglia tra Bene e Male, tra democrazia e populismo irrazionale. La repressione serve in casi estremi ma giorno dopo giorno ci serve una paziente opera di persuasione. Con l’umile consapevolezza che tanti lavoreranno contro e che, a guardare il web di oggi, non ci appare affatto un vincitore certo. Per vincere contro grassatori, razzisti, violenti online una legge non basta, servono intelligenza, forza d’animo e amore per la rete e la giustizia”.

Infine in un articolo notevole ripreso anche dal Post, Adriano Sofri su Repubblica conclude dicendo: “Leggi speciali sull’uso dei gabinetti non sarebbero andate lontano. Nemmeno sull’uso della rete. Il problema sono gli avventori. Chiedete agli inservienti che devono tenerli puliti e alla polizia postale”.

Ho come la sensazione che siamo più concordi di come appaia dai titoli. E secondo me questo vale anche per Laura Boldrini,

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