Chris Anderson, Massimo Banzi e la prossima rivoluzione dei “makers”

C’è una data che dovreste appuntarvi se avete a cuore il futuro dell’Italia e se volete vedere uno dei posti dove si costruisce, questo futuro. E’ il 17 febbraio. Quel giorno a Torino aprono le Officine Arduino. La notizia sta rimbalzando fra i blog degli innovatori di tutto il mondo, dal Mit di Boston alla Silicon Valley fino alla Cina dove Arduino è un mito. Non sapete chi o cos’è Arduino? Non preoccupatevi. E’ successo anche a me. Quattro anni fa. Mi avevano incaricato di portare in Italia un magazine leggendario, Wired, considerato la bibbia della rivoluzione digitale.
Dal 1993, quando fu fondato a San Francisco da Louis Rossetto, Wired aveva raccontato prima e meglio di tutti gli altri come Internet, il web e la cultura della rete avrebbero cambiato per sempre le nostre vite. Nel mio primo giorno di lavoro volai a New York a conoscere il direttore di Wired, Chris Anderson, che molti in Italia conoscono per le sue teorie brillanti e in particolare per il concetto di “coda lunga”. Chris si rivelò subito per quel che è: una persona amabile e apertissima alla “condivisione della conoscenza”: per due ore si mise lì a spiegarmi a una lavagnetta cos’era Wired e cosa no.
Ma torniamo ad Arduino. Dopo quell’incontro newyorchese ho rivisto Anderson a San Francisco dove ero andato a studiare la redazione da vicino. Lì una volta lui mi disse: “Non è vero che voi italiani avete problemi con l’innovazione. Pensa ad Arduino”. Io provai a pensare ad Arduino ma non mi venne in mente nulla. Zero assoluto. Chris allora mi guardo con stupore e mi parlò di un certo Massimo Banzi, mi disse che era un genio, o almeno che era considerato un genio in tutto il mondo; mi spiegò che aveva inventato questo microprocessore opensource a basso costo che stava innescando una rivoluzione nel modo di fabbricare oggetti e in quel settore avveniristico che va sotto il nome di Internet delle Cose. Concluse avvisandomi che stava mandando il suo miglior giornalista, Clive Thompson, in Italia a intervistare Banzi. Colpito e affondato.
Lì per lì mi sentii in colpa per non sapere chi fosse questo Banzi e cosa fosse questo Arduino. Tornato in albergo corsi al computer per mettermi a cercare notizie in rete. Lì capii perché non sapevo o meglio, capii che non ero il solo in Italia a ignorare il fenomeno: la voce Arduino di Wikipedia in tutte le lingue era un romanzo che spiegava con dovizia di dettagli il progetto di questa community devota all’hardware opensource. La voce in italiano no: quella in italiano parlava solo di un antico re d’Italia dell’anno Mille (oggi non è più così per fortuna).
La faccio breve: Thompson venne in Italia intervistò Banzi, ne scrisse una bellissima storia che pubblicai nel primo numero di Wired (oggi lo posso dire: fino all’ultimo sono stato indeciso se dare la prima copertina del magazine a Banzi al posto della immensa Rita Levi Montalcini; non sono pentito ma mi dispiace non avere avuto il tempo di farne una su Banzi).
Da allora io e Massimo ci siamo visti e sentiti tante volte: e ogni volta che ci parlo mi affascina la sua visione apparentemente fantascientifica unita a una concretezza manuale incredibile: la sua rubrica su Wired, in cui ogni mese spiegava le infinite, strabilianti applicazioni fai-da-te di Arduino erano ogni volta una scoperta che mi faceva venire voglia di “fare cose”, anche a me che da ragazzo avevo problemi pure a cambiare una spina.
E così, quando poco più di un anno fa “Italia 150” mi chiese di rilevare l’organizzazione di una mostra sul futuro dell’Italia, “Stazione Futuro”, mi rivolsi anche a lui: per metterlo in scena. Ora, mettere in scena un microprocessore e far innamorare i visitatori di una mostra è una cosa ardua. Sono pochissimi quelli che riescono a trovare sexy un circuito elettronico ed emozionarsi per una saldatura. Per questo decidemmo di prendere la cosa dalla fine: dagli oggetti “intelligenti” che si potevano creare con Arduino. Mi ricordai che qualche mese prima a una conferenza del TED avevo conosciuto un professore del MIT che parlava di laboratori favolosi dove “costruire praticamente ogni oggetto”: i FabLab. Lui si chiama Neil Gershenfeld e mi aveva lasciato una impressione notevole. Pensai che sarebbe stato bello aprire un FabLab in una mostra sul futuro e scoprii che ne esistevano in oltre settanta paesi del mondo, compresi Afghanistan e Costarica, ma non in Italia. Chiesi così a Massimo Banzi se se la sentiva per nove mesi di gestire un piccolo FabLab in una mostra con il suo team di Arduino. Ed è nata così l’installazione di più grande successo di Stazione Futuro. Ogni volta che sono tornato alle Officine Grandi Riparazioni per la mostra, ho sempre visto una piccola folla davanti al FabLab e in particolare davanti alla mini stampante 3D che avevamo portato (la MakerBot).
Nel frattempo il progetto Arduino è cresciuto. La società si è organizzata su scala globale e recentemente The Economist ha dedicato a Massimo Banzi il servizio di apertura del prestigioso Technology Quarterly per dire che “la prossima rivoluzione industriale” passerà da persone come lui (ebbene sì, all’estero non parlano di noi solo per criticare le berlusconate, spesso lodano dei grandi italiani, ma chissà perché in quei casi non fa notizia).
E siamo alle Officine Arduino. Stazione Futuro ha chiuso i battenti lo scorso 21 novembre ma a Banzi sembrava davvero un peccato far morire quella esperienza: “Il FabLab è stato uno spazio che ha creato una piccola comunità di persone interessate a capire come si possano inventare nuovi processi produttivi, nuovi modelli di business partendo dalla fabbricazione digitale, dall’open source e dalla collaborazione tra persone” ha scritto Banzi sul suo blog, “per noi era importante mantenere acceso il fuoco dell’entusiasmo”. E così ha trovato uno spazio – ToolBox a Torino, via Agostino da Montefeltro 2 – e ha deciso di aprire una Officina dove insegnare ai giovani talenti a costruire oggetti intelligenti. Un pezzetto di futuro in azione dal 17 febbraio. Qualche giorno dopo, il 9 marzo, Chris Anderson e Massimo Banzi saranno assieme a Roma, sul palco dell’Acquario Romano, per raccontare “la rivoluzione dei makers” e di come tutto o quasi sia partito in Italia, da uno studente di Ivrea, anche se in pochi se ne sono accorti.

Post scriptum. Sono in cerca di “makers” italiano per l ‘evento del 9 marzo. Se sei un maker o ne vuoi segnalare uno, scrivimi a riccardoluna@ymail.com

post scritto per Repubblica Sera riproposto qui per gentile concessione