Mr Google & dottor Tremonti (storia di un incontro segreto e di un futuro che non c’è)

Se nel dibattito sulla manovra economica il miraggio evocato da tutti è la crescita, il grande assente è Internet. Se ne è avuta la sensazione palpabile e drammatica qualche settimana fa al workshop Ambrosetti di Cernobbio. Quando il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha preso la parola, ad ascoltarlo fra gli altri c’erano alcuni dei massimi rappresentanti dell’industria che ruota attorno alla rete: Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato di Vodafone, David Bevilacqua che guida Cisco, e Pietro Scott Jovane, numero uno di Microsoft. A parte la giovane età, sono tutti under 50, i tre hanno in comune la preoccupazione per un settore che in Italia sembra congelato mentre nel resto del mondo vola.

In quel contesto a un certo punto Tremonti in sostanza ha detto: “Ci manca un driver per lo sviluppo, come lo è stato l’automobile nel dopoguerra. Non vedo in giro modelli che funzionano”. Chi avesse rivolto lo sguardo in sala in quel preciso istante avrebbe visto sul volto di almeno tre persone qualcosa di più della delusione: la sensazione che tutti gli sforzi dei mesi scorsi per far capire al ministro l’importanza di Internet quale impareggiabile “driver per lo sviluppo”, sono stati vani. Inutili le garbate pressioni del presidente dell’American Chamber of Commerce Vittorio Terzi; inutili i messaggi amichevoli del banchiere Ettore Gotti Tedeschi. Ma soprattutto inutile l’incontro a Roma con l’executive chairman di Google, Eric Schmidt, volato qui in gran segreto da Mountain View con la speranza di convertire definitivamente il ministro alla rivoluzione digitale. Era il giugno scorso e quell’incontro secondo molti poteva cambiare tutto: a cominciare dal contenuto della manovra economica varata a fine giugno appunto.

L’inizio di questa storia però risale almeno ad un mese prima. In una grande sala del Museo della Scienza e della tecnica di Milano, si svolge un attesissimo convegno a porte chiuse dell’Aspen Institute, il celebre network internazionale di “leader illuminati” fondato a Washington nel 1950. Titolo dell’evento: “I nuovi media fra potere dell’informazione e business”. Attorno ad un tavolo che pareva infinito, siedono quasi tutti i massimi rappresentanti dell’editoria italiana, uno davanti all’altro come cavalieri medievali. Ad una estremità, il presidente di Aspen Italia, Giulio Tremonti accanto all’ospite d’onore della giornata: l’italiano Carlo d’Asaro Biondo che da Parigi guida le operazioni di Google nell’Europa meridionale, orientale e nel nord Africa. Nelle intenzioni di Google questo evento deve servire a presentare agli “stakeholder” del settore, un importante rapporto appena redatto dalla società di consulenza Boston Consulting: si chiama “Il Fattore Internet” ed è la foto di quanto il digitale pesi in Italia (31,5 miliardi di euro, circa il 2 per cento del prodotto interno lordo); e di quanto invece potrebbe contare nel 2015 anche in uno scenario prudenziale (59 miliardi di euro, pari al 4,4 per cento del PIL, con un tasso di crescita del 18 per cento).

L’incontro del 2 maggio in realtà prende una piega diversa e diventa l’occasione per molti editori e operatori di telecomunicazioni per scagliarsi contro la presunta posizione dominante del colosso americano (“Quante tasse paga Google in Italia?” dirà ad un certo punto provocatoriamente il presidente esecutivo di Telecom Franco Bernabé e quella domanda peserà come un macigno sul dibattito).
Ad un osservatore superficiale quel giorno d’Asaro Biondo sembra un pugile all’angolo, ed invece qualcosa di importante Google lo porta a casa ugualmente: il rapporto con Tremonti. Il discorso di chiusura del ministro, infatti, quel giorno dimostrò in sostanza due cose: la prima, è che non aveva affatto intuito l’importanza di Internet quale fattore di sviluppo di una economia; la seconda, è che era curioso ed aperto a saperne di più. Può sembrare poco, ma rispetto ad un premier che chiamò Google “Gogol” (conferenza stampa di villa Madama del 19 maggio 2010), era una apertura in cui infilarsi subito. E così è nato il viaggio segreto di Eric Schmidt a Roma. Chi ha potuto assistere all’incontro, ricorda un clima eccezionalmente cordiale, ma qui quello che conta sono i fatti. E il fatto in questione è che dopo aver salutato il capo di Google (che nel sul blitz ha visto anche i ministri Brunetta e Romani), Tremonti dirà ad un amico fidato: “Ho finalmente capito che Internet può essere decisivo per il futuro dell’Italia, me lo ha spiegato uno importante”. Uno importante è mister Google.

In quei giorni il ministro è tentato di dare un segnale immediato di questa sua illuminazione: gli propongono di aderire alla campagna del giurista Stefano Rodotà per far diventare l’accesso ad Internet un diritto costituzionale (articolo 21 bis); oppure di lanciare un censimento sulla effettiva copertura della rete a banda larga; o infine una grande campagna di sensibilizzazione dei cittadini. Ma a Tremonti serve qualcosa di più concreto e che al tempo stesso non gravi sui conti pubblici. La soluzione la vede nella rete di nuova generazione per l’Internet superveloce.

Nasce così un articolo del decreto di fine giugno rivoluzionario per l’Italia: parte sposando gli obiettivi della Agenda Digitale Europea per cui “tutti i cittadini hanno diritto all’accesso ad Internet con una velocità di connessione superiore a 30 megabit al secondo e almeno per il 50 per cento al di sopra di 100 Mb/s (per capirci, oggi la velocità media è attorno a 3Mb/s, fanalino di coda europeo). Affida al ministro dello Sviluppo Economico il compito di guidare un accordo per realizzare una grande rete di interesse nazionale che ricomprenda la infrastrutture esistenti e utilizzi tutte le tecnologie disponibili (quindi non solo la fibra ma anche il Wimax e il nuovo Lte, il prossimo network dei telefonini). Stabilisce che “ai proprietari delle infrastrutture possono essere imposti obblighi di servizio universale”. Insomma, una bomba. Ci sono praticamente lo cose che propone da tempo il presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini, e non a caso la Cassa viene esplicitamente citata quale soggetto finanziatore o socio.
Questo era il Tremonti post-Google. Rivoluzionario, almeno nelle intenzioni. Ma quell’articolo in realtà non passerà mai la soglia del consiglio dei ministri. Quando infatti viene reso noto il testo della manovra, il ministro competente Paolo Romani se la prende assai. Da tempo guida un tavolo con gli operatori di telecomunicazioni che non porta da nessuna parte mentre le televisioni continuano a godere dello stallo che rallenta il futuro e quindi prolunga la posizione dominante della tv. Secondo Romani quell’articolo così non può passare. Si apre un negoziato. Per tre giorni i tecnici dei due ministeri lavorano alacremente alle modifiche: le aziende di telecomunicazioni vivono qualche ora col fiato sospeso, in particolare Telecom che rischia di venire messa all’angolo dalla disposizioni volute da Tremonti. Per inquadrare il periodo, è proprio allora che la trattativa fra Michele Santoro e La7, la tv di Telecomitalia Media, si rompe, ma come abbiamo visto il percorso che aveva illuminato Tremonti sulla via di Internet era un altro.
Finisce naturalmente che l’articolo originale viene svuotato: non a caso la Cassa depositi e prestiti nella formulazione definitiva non viene più neanche citata. Meglio star fuori da una cosa pasticciata, deve aver pensato Franco Bassanini, che invece pare fosse entusiasta del testo originale. Tremonti commenterà: “Se l’articolo originale valeva 100, questo vale 20”. Meglio che niente, però.
In realtà la partita è appena iniziata. Sul tavolo del ministro giace un altro rapporto: questa volta lo ha redatto la società di consulenza McKinsey in occasione del G-8 francese di Parigi, il 24 maggio scorso, quando il presidente Sarkozy volle un prologo dedicato al ruolo di Internet per il futuro del mondo. Il report si chiama “Internet matters: the Net’s sweeping impact on growth, jobs and prosperity”, dove il termine fondamentale è “sweeping, impetuoso”, parlando dell’impatto della rete su crescita economica e creazione di posti di lavoro in tredici paesi, Italia compresa. Un dato soltanto fra i tantissimi utili a capire la rivoluzione in corso: per un milione di posti di lavoro distrutti dall’arrivo del digitale, quindici anni fa, ne sono stati creati 2,6 milioni. In Italia l’impatto è stato: 700 mila posti creati, 320 mila perduti. Impatto più basso per tanti fattori ma soprattutto per la scarsa propensione delle piccole e medie imprese – che sono la stragrande maggioranza del nostro sistema produttivo -, a scommettere sul digitale.

Nei giorni drammatici di Ferragosto, con Tremonti impegnato a montare e smontare una manovra sempre diversa, molti osservatori si chiedono che fine abbiano fatto i report, i discorsi e gli incontri per capire “il fattore Internet”. Fino al discorso di Cernobbio, quando appare chiaro che il ministro li ha accantonati, almeno per ora.
Per questo il giorno dopo il workshop Ambrosetti, la macchina della persuasione si rimette in moto, cambiando tattica. Stavolta il messaggio parte dell’Autorità garante delle comunicazioni. Il 5 settembre il presidente Corrado Calabrò riunisce il consiglio: il pretesto è concordare sul fatto che la cosiddetta Robin Tax non si può estendere alla società di telecomunicazioni, ma è l’occasione per ripetere al governo e al parlamento che la crescita del paese passa da Internet. Il documento di 7 pagine, viene messo trasmesso al ministro dell’Economia e messo in rete il 7 settembre, in modo che tutti sappiano. Scrive Calabrò: “Il vincolo di bilancio limita certamente la gamma degli interventi possibili, ma non li esclude: li seleziona”. Ebbene, “è ormai un punto fermo, supportato da evidenze e stime accreditate da parte di studiosi ed organismi internazionali, che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) sono alla base del recupero di produttività per migliorare la concorrenza internazionale di un paese e per creare una nuova occupazione qualificata”. Anche Calabrò cita il Rapporto McKinsey: “C’è un mito che va riconsiderato: l’economia digitale non distrugge posti di lavoro: ne crea diversi. Al giorno d’oggi ncssun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese”.

Dopo l’appello strategico, l’Agcom fa i conti: le reti di nuove generazione valgono almeno un punto di PIL aggiuntivo per ogni di diffusione della banda larga; e quasi 40 miliardi l’anno di risparmi.
In ballo in questa storia, come abbiamo visto, non c’è soltanto la destinazione dei soldi dell’asta in corso per le nuove frequenze che l’Agcom vorrebbe in parte destinati alla banda larga (è finita sopra i 4 miliardi, ne erano previsti 2,4); c’è la strategia di crescita dell’Italia. Un’idea per portarci nel futuro.