Doina Matei: non giustizia ma gogna mediatica

Non la giustizia. Non il diritto. Ma la macchina del fango ha funzionato. L’obiettivo è stato raggiunto. Ora, Doina Matei è di nuovo chiusa in una cella. La colpa? Aver pubblicato delle foto su Facebook. Foto dove Doina, dopo 9 anni passati in carcere, si mostra felice e sorridente. Come se sorridere fosse diventata una colpa!
Eppure Doina aveva tutte le ragioni per sorridere alla vita, visto che da circa 9 mesi aveva ottenuto la semilibertà. Semilibertà che non è impunità, non è un condono. Ma è una modalità di esecuzione della pena: il condannato esce dal carcere per lavorare di giorno e ci rientra la sera. Esattamente ciò che faceva Doina, grazie a una coop di Venezia.

Sta di fatto che ora quella semilibertà, che è rieducazione in quanto avvicinamento alla normalità, è stata sospesa da un magistrato di Venezia, proprio a causa di quelle foto su Facebook scoperte da una gogna mediatica montata ad arte. Una sospensione che, in attesa della decisione finale del Tribunale di sorveglianza di Venezia, appare illogica e priva di fondamento. Infatti, come ha spiegato il Ministro Orlando, il magistrato ha sospeso la semilibertà per Doina Matei perché tra le prescrizioni imposte per la semilibertà vi era quella di un “utilizzo limitato del telefono cellulare”. Utilizzo limitato del cellulare che sarebbe stato eluso pubblicando quelle foto su Facebook in quanto: “l’accesso al social network, consente alla condannata di intrattenere rapporti con un numero indefinito di soggetti”.

Ora sia chiaro, le prescrizioni non sono punizioni, ma caso mai sono indicazioni di comportamento per aiutare il condannato nel percorso rieducativo. Ebbene, la prescrizione imposta a Doina Matei non solo è assai insolita, ma è soprattutto generica e, come qualsiasi altra indicazione generica, è difficile da rispettare. Che significa fare un uso limitato del cellulare? Quante telefonate posso fare? 2, 3, 4, o di più? Mistero.
Ma non solo. Secondo il magistrato, l’uso limitato del cellulare sarebbe stato eluso pubblicando quelle foto su Facebook. In questo modo Doina avrebbe avuto la possibilità di entrare in contatto con un numero indefinito di soggetti.

Bene. Peccato però che tra le prescrizioni non pare vi fosse il divieto di accedere ad internet o, in modo specifico, ai social network. Una lacuna non da poco, che svela l’irrazionalità del provvedimento di sospensione. Ad esempio Doina, pur facendo un uso limitato del cellulare, ben poteva, durante una pausa di lavoro, andare in un internet point e pubblicare quelle foto su Facebook. Una condotta che non avrebbe violato alcuna prescrizione.
Dunque domando: dov’è l’errore di Doina? Aver usato un cellulare per andare su Facebook e non un computer? Il mistero s’infittisce e l’irrazionalità vince sul buon senso e sulla regola.

E poi vi è di peggio. Infatti, il provvedimento di sospensione della semilibertà è sproporzionato rispetto alla condotta che si imputa a Doina. Una condotta che non appare essere così grave. Di conseguenza, il magistrato, invece di rimettere Doina in una cella, ben poteva limitarsi a un semplice richiamo. Ed invece no: galera e galera subito! Perché? Forse perché era troppo tardi. Forse perché la Gogna mediatica è ormai divenuta più potente del diritto. Insisto. Non la Giustizia. Ma la macchina del fango ha funzionato e temo non sarà per l’ultima volta.