World Press Photo 2013: cercando altre storie

Non sono neutrale nel parlare del World Press Photo. Non potrei esserlo dopo aver fatto parte per due anni consecutivi della giuria finale. Un sincero rapporto di affetto e una grande ammirazione per il lavoro di questa solida squadra che porta avanti il più longevo – siamo alla 56° edizione – e il più divulgativo tra i premi fotografici del mondo, m’impedisce di essere severa nelle critiche e mi fa essere convinta della qualità dell’operare nella sua forma e sostanza.

E la sostanza è quella che leggiamo nel motto che anima questa organizzazione: «noi esistiamo per ispirare la comprensione del mondo attraverso il fotogiornalismo di qualità». Bene, secondo questa premessa, rivolgo una preghiera affinché la distribuzione dei premi contempli il tener conto della vastità del mondo e uno sguardo più lontano e profondo sulle sue problematiche. La preghiera è rivolta ai giurati, ai colleghi che in questa e in altre competizioni sono chiamati a dire la loro ma in fondo la preghiera è rivolta ai fotogiornalisti affinché vadano, cerchino, scoprano e testimonino il mondo nella sua problematicità e soprattutto nella sua diversità.

Colonizzatori di tragedie, un esercito d’occupazione del dolore, sono i fotogiornalisti improvvisati, ingenui, spesso sprovveduti che cercano nella foto sensazionale il riscatto a una carriera modesta o incerta. Non vale per tutti ovviamente e non è rivolto a nessuno in particolare ma certo, da quando questo mondo globale del dolore e delle guerre è a portata di volo low cost, è diventato un teatro accessibile per qualsiasi desiderio di veloce fama, a scapito di una ricerca consapevole, originale e rispettosa.

Torniamo a questa edizione 2013 del WPP. Un difetto, se vogliamo chiamarlo tale, è la massiccia presenza di premi nelle categorie news dedicati allo stesso conflitto. Una specie di overdose che rischia di annullare il potere stesso delle immagini e di indebolire la forza dell’unicità. La foto dell’anno è andata all’immagine dello svedese Paul Hansen: rappresenta i corpi di due fratellini uccisi a Gaza da un missile israeliano. I corpi senza vita sono avvolti nelle lenzuola ma con i volti scoperti, vengono portati in braccio dagli uomini verso la moschea dove verranno celebrati i funerali. L’immagine muove verso di noi che la guardiamo. Una frazione di secondo, sono già passati, ed è un’altra fotografia che però non vedremo perché questa foto dell’anno appartiene alla categoria delle singles.

È un’immagine semplice che non chiede lettura, urla e piange. Come forse non dovrebbero più fare le fotografie oggi perché pronti per altre letture, per suggestioni complesse, capaci come siamo di stare a guardare, di cercare e trovare ognuno la sua domanda, a cui una sola fotografia non può e non deve dare risposte.

Meno iconica – perché meno statica – di quella della scorsa edizione (con la madre yemenita che tiene tra le braccia il figlio ferito) ma più aggressiva. Gli uomini che a passo svelto escono dalla fotografia ci guardano negli occhi, i loro colmi di rabbia e dolore, i nostri pronti ad andare velocemente allo scatto successivo. Perché c’è già tutto, forse troppo. Luci e colori nelle fotografie dell’attualità, sono ormai da tempo perfetti, teatrali appunto. Quello che si perde è proprio il silenzio e lo spazio del sentire per lasciare che il dolore scivoli dentro di noi, suscitando pietà e interrogativi.

Non amo le foto singole, mi sembrano frammenti di un discorso che, nel caso del fotogiornalismo, non ha forza di narrare e/o testimoniare la realtà che ha di fronte.
La singola immagine trova facile rifugio nell’iconografia più semplice, spesso scontata e ripetitiva. No, le immagini singole, allineate a competere non esprimono al meglio la potenza poetica e narrativa della fotografia che documenta. Come parole estrapolate dalla frase, senza verbo o senza soggetto. Forse anche questa categoria un giorno verrà sostituita. Ogni contesto ha il suo tempo di maturazione e di evoluzione.

Il conflitto arabo israeliano e la Siria occupano, ripetendosi, i premi della categoria Spot News: sei riconoscimenti distribuiti tra Siria e Gaza. In General News va un pochino meglio: tre su sei però tutti alla guerra in Siria. Succede ogni anno, è successo anche nelle passate edizioni ovviamente, però criticare fa bene alla salute del premio stesso e al suo evolversi. Non è un caso che quest’anno sono leggermente cambiate le categorie: gli organizzatori hanno inserito la doppia categoria di ritratti – staged e observed – e hanno eliminato la ripetitiva categoria People in the news.

Per non concentrarmi sull’abuso di Photoshop e su quanto ancora sia diffusa questa necessità di stupida manipolazione volta a potenziare la forza shock dell’immagine, mi sono concentrata sulle altre categorie e sulle storie che mi hanno fatto conoscere cose che non avevo visto, storie che non avevo sentito. Vi invito a farlo, a guardare a questa e ad altre competizioni con la curiosità di conoscere storie, di imparare un po’ di mondo, le vite degli altri scandite per dodici immagini che però, seguendo il filo delle rete vi porteranno a conoscere fotografi interessanti, ad ampliare la visione del loro lavoro e magari a vedere di ogni microstoria, il lungo racconto durato magari degli anni.
Ecco dunque il potere straordianariamente divulgativo del World Press Photo: farci conoscere gli autori e la complessità dei loro lavori.

Ho scelto dei lavori che mi hanno in modi differenti suscitato interesse, ce ne sono degli altri ovviamente. Sono andata a cercare i fotografi che li avevano realizzati.

Ebrahim Noroozi, iraniano che in una serie di ritratti seriali racconta la storia di una celebrazione, una storia:

Paolo Pellegrin con l’intenso reportage in bianco e nero su un sobborgo povero e disperatamente criminale di Rochester.

Conoscere il mondo attraverso le storie fotografiche, ecco il lavoro struggente, delicato, perfetto perché imperfetto di Maika Elan sulla condizione dei giovani omosessuali in Vietnam.

Ho apprezzato il classico bianco e nero di Jan Grarup e la capacità di raccontarci una microstoria nella macro infelicità della Somalia senza pace.

Ho notato, forse è solo una mia impressione, che le agenzie sono sparite dall’abbinamento ai vincitori. Negli anni passati l’appartenenza alle agenzie indipendenti o alle agenzie stampa aveva caratterizzato la competizione e fatto discutere sul ruolo e sulle differenze dei mezzi e della mission. Chiacchiere di ieri che sembrano preistoria.
Oggi compare piccolino sulla schermata delle immagini: Commissioner, a volte indica l’agenzia, altre il giornale che ha dato l’incarico, altre entrambi.
Anche questo è un passo del World Press Photo verso il riconoscimento di una direzione tanto chiara nella fotografia di ricerca concettuale, votata al mercato del collezionismo d’arte, tanto fragile nella considerazione dei fotogiornalisti come autori, singoli artefici con progetti individuali, capaci di indagare la complessità del mondo con un proprio linguaggio, soggetto solo alla poetica.