La doppia mossa che ancora manca

Scrivendo le 10 cose, mi sono interrogato sulle modalità con cui affrontare la questione politica ed economica della contemporaneità (solo?).

E mi sono chiesto se non fossimo e siamo di fronte alla necessità di una mossa che fosse e sia duplice, capace di liberare il sistema politico ed economico del nostro Paese, e al contempo di intervenire a livello europeo ed internazionale con una azione decisa e decisiva, capace di regolamentare i mercati finanziari, di ‘invadere’ i paradisi fiscali, di intervenire sulle transazioni finanziarie. E di rimettere un po’ di ordine, e di misura, dove sembra tutto confuso e incerto.

Una doppia mossa: liberale dentro al sistema politico ed economico italiano, e profondamente democratica ed egualitaria nello schema politico europeo ed internazionale, fuori dai confini della nostra piccola provincia dell’impero, tutelata dal nostro sopraffino provincialismo.

Perché non è che ci voglia più o meno Stato, o più o meno mercato, secondo una vieta contrapposizione: ci vuole che funzionino meglio e uno e l’altro. E che si indaghino meglio forme più evolute, dalla questione dei beni comuni alle forme di cooperazione che la rete e le iniziative imprenditoriali di nuova generazione ci hanno indicato.

In Italia, a dirla tutta, Stato e mercato si sono fin troppo confusi, per attardarsi ancora a riconoscerlo, seguendo linee e filiere in cui la politica e il mondo dell’impresa si scambiavano continuamente di posto, senza che ci fosse né regolazione, né qualità, nell’uno o nell’altro.

Non si può far finta di non vedere che di fronte alle spinte liberistiche degli ultimi trent’anni, in Italia, le uniche cose che hanno saputo resistere – anzi, sono diventate più forti – sono le corporazioni, le rendite di posizione, le clientele. Tutte cose che, messe insieme, fanno una cosa che si chiama debito e che in qualche modo ci dovrebbe riguardare.

L’Unità di oggi fa pensare, invece, che abbiamo messo la retromarcia, tornando a schemi antichi e forse mai dimenticati.

Da qualche tempo, del resto, è tutto un cercare di importare modelli (fare come Hollande, ad esempio, senza sapere bene nemmeno che cosa stia facendo, di preciso, Hollande), come se il caso italiano non fosse un caso eccezionale. E non è strano che l’attuale classe politica non lo riconosca, perché sarebbe l’ammissione di un fallimento tutto italiano. E tutto suo, della classe politica, intendo.

Da più di un anno, ben prima che poi succedesse davvero, nel lavoro di Prossima Italia, si ragiona sulla spending review, sulla possibilità di introdurre una patrimoniale per abbassare contestualmente le tasse sul reddito (che ora pare piacere anche a Bersani), sulla necessità di aggredire l’evasione fiscale nelle sue manifestazioni più clamorose (vedi alla voce Operazione Guardie Svizzere e non solo), sul ripensamento di alcuni strumenti che fanno segno al welfare, all’insegna di una loro profonda revisione, che ci porti, ad esempio, ad universalizzare i sussidi.

All’insegna di una prospettiva che consideri sullo stesso piano uguaglianza e concorrenza leale, superando contrapposizioni che non solo non hanno più senso di esistere, ma creano le condizioni per la massima disuguaglianza e la slealtà più diffusa e pervasiva.

Ecco, a me piacerebbe una sinistra contemporanea, che ripartisse da qui, provando ad immaginare qualcosa di nuovo. Che non è una terza via, che ne abbiamo già contate almeno una dozzina, negli anni passati: è la strada maestra per provare a ripensare al nostro Paese, inserito in un mondo grande e terribile.