Il Dio geloso

“Io,” aveva tuonato l’Onnipotente, “sono un Dio geloso e non sopporto di avere rivali.”

Era la seconda volta che il creatore del mondo e la guida del popolo ebraico si erano trovati uno al cospetto dell’altro, sulla cima del monte Sinai, per la consegna delle tavole della legge. Erano infatti bastati quaranta giorni dalla promulgazione dei comandamenti – che includevano il divieto d’idolatria – perché il popolo di Mosè, cedendo a una dubbiosa impazienza, si trovasse ad aprire le danze attorno a un vitello aureo. Quando il profeta se ne accorse, di propria iniziativa frantumò le tavole, scaraventandole ai piedi del monte. Riconciliatosi con gli israeliti, Dio si avvalse del medesimo intermediario per mettere una seconda volta per iscritto la sua legge. Quella terra era assicurata al suo popolo, il quale per nessun motivo avrebbe dovuto cadere in trappole di familiarità con gli intrusi. Altrimenti avrebbe finito per mangiare carne di vacca destinata ad altri dei.

Fu proprio allora che il sovrano dell’universo, nell’additare gli amorrei, i cananei, gli ittiti, i perizziti, gli evei e i gebusei volle essere certo che, quantomeno nelle teste del popolo eletto, questi finissero confinati in una morale selettiva dichiaratamente peccatrice. E pertanto da annientare.

Fu per compiacere questa volontà divina, unitamente al desiderio di tutelare la sicurezza dei pellegrini e i luoghi sacri, a un inesorabile indebolimento dell’impero bizantino e un inevitabile interesse commerciale, che a partire dall’XI secolo la chiesa cattolica promosse una sequela di pellegrinaggi armati nel Vicino Oriente – distintisi poi come crociate – volti alla riconquista della Terrasanta dal dominio islamico.

La seconda di queste guerre celesti si rivelò la più imponente e la più drammatica. Fu invocata da una bolla (il 1º dicembre 1145), indotta dalla caduta di una città (Edessa), promulgata da un papa (Eugenio III) e indirizzata a un re (Luigi VII). Il pontefice, nell’emanare la fatidica carta, aggiunse un macabro incentivo: ai sudditi che sarebbero defunti nella crociata avrebbe assicurato la remissione temporale di tutti i peccati.

La risposta fu fredda. Per i cristiani d’oltralpe la questione della lotta religiosa armata si era rivelata fin dall’inizio in tutta la sua contraddizione. I cavalieri templari si domandavano dubbiosi come si potesse assecondare la volontà di Dio e al tempo stesso trasgredire il quinto e forse il più inderogabile dei suoi comandamenti: “Tu non ucciderai.” Il papa allora incaricò l’abate Bernardo di Chiaravalle di predicare a favore della nuova missione e il monaco francese riuscì a sbrogliare abilmente quel paradosso religioso escogitando la teoria del malicidio: chi uccide un uomo intrinsecamente cattivo, qual è chi si oppone a Cristo, non uccide in realtà un essere umano, ma il male che è in lui; dunque egli non è un omicida bensì un malicida.

Il crimine era un’“invenzione mirabile” che Dio “solo poteva concepire”. Punire chiunque la pensasse diversamente rispetto ai dettami del creatore diventò uno dei cardini del credo biblico. Tale teoria poteva trovare un solido appiglio in un’unica pagina del testo sacro dove, a distanza di un pugno di versi, riuscivano a convivere l’anzidetto comandamento (Deuteronomio 5,17) e l’esortazione allo sterminio dei popoli cananei che occupavano la terra promessa (Deuteronomio 7,1-2). Il verdetto fu liberatorio: i milites Christi erano finalmente legittimati a “uccidere il male nell’infedele”.

Forte di una così alta giustificazione, Bernardo si recò a Speyer, in Germania, al cospetto di Corrado III di Svevia e di suo nipote, il futuro imperatore del Sacro romano impero Federico Barbarossa, per predicare la nuova missione nel nome di Dio. Colpito dalle parole dell’abate, il re tedesco si unì al sovrano francese Luigi VII e al suo seguito di consorte e cortigiani nel viaggio verso la Terrasanta, dove entrambi gli eserciti si sarebbero ricongiunti con le milizie di re Baldovino III di Gerusalemme. Ma i due re d’Europa furono traditi dal versante più debole della loro anima. Corrado, cavaliere coraggioso, si rivelò indeciso nei momenti più critici, mentre Luigi, cristiano devoto pazzamente innamorato della moglie Eleonora d’Aquitania, fu distratto dalle itineranti spregiudicatezze della consorte intenta a beffarsi del patto di fedeltà coniugale persino con lo zio Raimondo I di Antiochia. Così la riconquista di Edessa, primo motore della spedizione, fu svagatamente accantonata e sostituita con un attacco folle contro Damasco, città alleata, per conto della dinastia buride.

Intrappolate tra le mura della città che non riuscivano a scavalcare, e gli eserciti musulmani che non riuscivano a sconfiggere, le forze cristiane si sentirono tradite le une dalle altre, e i tre re non ebbero altra scelta che abbandonare intenti, città e assedio. La disfatta si ripercosse sul matrimonio tra Luigi ed Eleonora, che andò in frantumi durante la crociata, costringendoli a fare ritorno in patria, nella primavera del 1149, su due navi differenti. Bernardo di Chiaravalle invece, umiliato dal fallimento della spedizione, considerò suo preciso dovere inviare al papa una lettera di scuse, individuando nei peccati dei crociati la causa della loro stessa disgrazia. Anche la ritirata di Corrado si rivelò drammatica. Per tutto il tragitto il suo esercito fu perseguitato senza tregua dall’ira irrefrenabile degli arcieri turchi. Se re e cavalieri riuscirono con fatica a mettersi in salvo, diversa fu la sorte dei soldati appiedati che, raggiunti dai nemici, furono catturati e uccisi senza pietà.

Uno degli ultimi a trovare la morte fu il crociato Cacciaguida degli Elisei che, nato a Firenze nell’ultima decade dell’anno mille, in tarda età aveva fatto in tempo a essere investito cavaliere da Corrado e a morire così da eroe cristiano. Il suo ultimo respiro non arrestò la sua casata della quale, anzi, sarebbe stato inconsapevolmente capostipite. Prima del fatale epilogo si era unito in matrimonio con una Aldighieri di Ferrara e con lei aveva avuto Aldighiero (da lì la famiglia iniziò a chiamarsi “degli Alighieri”), futuro genitore di Bellincione, padre a sua volta di Alighiero II, sposato nel 1262 con una certa Bella, dalla quale alle porte dell’estate del 1265 ebbe Durante di Alighiero degli Alighieri. Nome che presto si sarebbe ridotto a Dante.

Il poeta sarebbe stato sempre fiero del suo trisavolo crociato al punto da collocarlo nella Commedia tra i mistici combattenti – in Paradiso, lungo tre canti, dal XV al XVII – insieme agli altri beati che in vita, patito fieramente l’influsso del pianeta Marte, vennero spinti a lottare per la fede. In quell’ultima parte del suo viaggio ultraterreno avrebbe affidato l’incarico di guida proprio a Bernardo di Chiaravalle. Nel suo nome assecondò all’interno del poema la logica risolutiva del malicidio che, illuminandogli la strada, gli separò le luci dalle ombre e lo agevolò, come accaduto ai crociati, nel trattare con opposte misure gli omicidi dei trasgressori del quinto comandamento da quelli dei fedeli legittimati a combattere nel nome del Dio geloso.

Tratto da Danteide (572 pagine, 22 mappe, 14 schede, 17 tabelle, 7 immagini, 3 foto, 6 schemi, 5 alberi, 8 cartine, 3 grafici), Bompiani.